tre soldi e una grande lezione

 

  

 Il disco dell'esecuzione in inglese del New York Shakespeare Festival (1976) .

 

 

 

L’operazione effettuata da Bertolt Brecht e Kurt Weill mandando in scena, nel 1928, la Dreigroschenoper ha ancora molto da insegnarci. Questa partitura è uno dei rari, rarissimi casi in cui un’opera d’arte nata come atto politico riesce a incarnare una rivoluzione linguistica così profonda da mantenere la propria carica di novità anche nell’obsolescenza dei “messaggi”, dei “contenuti” più espliciti. Che poi rimangono quelli del dramma didattico brechtiano: non mai la banale denuncia bensì la semplice, nuda analisi marxista dei rapporti materiali che stanno alla base del complicato edificio delle relazioni umane e sociali.

Il colpo di genio della Dreigroschenoper è appunto la violenta opera di aggiornamento dei linguaggi operato rivisitando la fonte settecentesca, la Beggar’s Opera. Nel Settecento, la scena inglese inventa, con l’empirismo e il disincanto di cui solo quella cultura è capace, un genere nuovo in esplicita opposizione ai coturni, alle piume e ai gorgheggi dell’Opera Seria italiana e francese: la ballad opera, spettacolo recitato e cantato con vasto uso di materiali popolari e da taverna, erede legittimo della compresenza shakespeariana di tragico e comico nella più totale mancanza di solennità etica. Non va mai dimenticata, l’origine comica della Dreigroschenoper, sebbene duramente ricondotta al rigore formale e alla impostazione cerebrale della cultura germanica di primo novecento.

Ordunque nel recuperare l’antico modello inglese Brecht e Weill attingono senza remore alla loro realtà sonora contemporanea, tra canzone tedesca da locale notturno, marcette da banda, jazz e ricerca dodecafonica; poi immettono questi materiali in un meccanismo drammaturgico che evidenza, asciugandole, le forme del teatro musicale classico (e questa è la mano di Brecht) per sottoporle a una aggressiva e corrosiva parodia (e qui il talento di Weill per lo sberleffo musicale rimane insuperato). A farla oggi, l’operazione Dreigroschenoper, prevederebbe la parodia senza pudori della retorica dei film elegante da Mostra di Venezia (e magari con la messa a nudo del meccanismo così cara al teatro brechtiano), con un’intonazione musicale che spazi da lacerti classici all’hip hop, da Lady Gaga al Gotham Project, dai neomelodici napoletani a Symbolum ’77, insomma creare una tensione tra la musica “dall’alto” e ciò che si canta e si sente davvero nelle periferie; il tutto con un’immaginazione sonora capace di riunificare sotto il segno dell’umorismo, del distacco critico e dell’assenza di tabù estetici e morali. Un’operazione che, a quasi novant’anni di distanza dall’Opera da Tre Soldi, è ancora scandalosamente innovativa. Non ci credete? Provate a proporre il progetto a qualche direttore artistico.