ELOGIO DELLA RUSPA

(leggendo Pelle di Vetro di Maurizio Cecchetti)

 

 

 

 Il cantiere dei ponti di Calatrava a Reggio Emilia

 

 

I frequentatori del sito Archivio Barocco probabilmente conoscono già Maurizio Cecchetti, editore, scrittore e critico d’arte, intellettuale tra i più vivi e interessanti dell’Italia di oggi. Con la casa editrice da lui fondata e diretta, Medusa, Cecchetti ora pubblica un libro suo: Pelle di vetro. Il libro dell’antiarchitettura, un appassionato saggio di oltre trecento pagine sull’architettura contemporanea e sulle grandi archistar del Ventunesimo secolo: Gehry, Koolhaas, Kiefer, Piano, Foster e tutti gli altri, letti e giudicati con palpabile competenza.

Pelle di Vetro, come dichiara l’autore, non è un libro per architetti o specialisti. Vuole parlare “all’uomo della strada, all’uomo che vive nelle città”. Vuole insomma essere un libro di cultura nel senso più ampio del termine, e in questo senso Pelle di Vetro è una delle poche opere di riferimento uscite negli ultimi anni. Una lettura da capo a fondo di questo libro è un’esperienza ricca, multidimensionale, che amplia gli orizzonti del lettore e, direttamente, istruisce. Architettura, arte, visione, società, letteratura, filosofia dialogano e interagiscono con quella libertà, quella mancanza di “specializzazione” (era una ‘fissa’ di Franco Fortini, di Luigi Baldacci e di pochi altri resistenti) che è un tratto diventato sempre più raro nel sapere di oggi. Cecchetti fissa una rete di intuizioni e collegamenti che mettono a fuoco una volta per tutte quanto l’architettura occidentale, ben lungi dal poter essere pensata in termini di pura forma, si tiri dietro un groviglio di relazioni etiche e simboliche, oltre che imprescindibili funzioni politiche ed economiche; relazioni e funzioni con cui non è possibile non fare i conti, come, con colpevole ingenuità, non fa né l’approccio accademico all’arte e all’architettura, né quello mercantile-giornalistico. I conti invece Cecchetti li fa, eccome, e il bilancio è in rosso.

 

Pelle di Vetro è infatti, senza mezzi termini, un attacco sferrato all’estetica, alla morale, al gusto, alle conseguenze sociali dell’architettura contemporanea. Ed è un libro nutritivo, che fa pensare e suscita il ragionamento, il dibattito, anche il contrasto. Dichiariamolo sùbito: noi non siamo affatto d’accordo, preliminarmente, con la posizione cecchettiana; o meglio, diamo ai fatti e ai valori, individuati e letti con tanta esattezza e perspicacia dall’autore, una valutazione opposta e positiva. Ma andiamo per ordine.

 

Nella sua linea strategica, Cecchetti segue puntualmente le tappe di una polemica che noi tutti conosciamo bene, per essere stata autorevolmente condotta fin da secoli fa contro un altro idolo polemico: il Barocco. Le parole-chiave dell’attacco cecchettiano sono, non a caso, le medesime. Dismisura (la Bigness di Koolhaas, che Cecchetti traduce anche e ottimamente con fuori scala), in coppia con Meraviglia. Vanità: la pretesa, ritenuta esosa, di “firmare” esplicitamente l’opera con il proprio gesto, con la propria marca stilistica, sempre autobiografica.  Superficialità: anche in senso tecnico, cioè il piacere, condannato fin dal titolo del saggio, delle belle superfici e dei materiali di pregio; e in senso morale, l’esaltazione fallica delle torri e dei grattacieli, a cui si dovrebbe contrapporre una bellezza più introversa e “profonda”. L’Effimero: il divertimento senza impegno, il Fun come diritto di ciascun cittadino; fonte inevitabile, pare di intuire, di vizio e perdizione. Autonomia, cioè la rivendicazione per l’opera d’arte di essere Fine a Se Stessa, ovvero priva di “valori” etici o simbolici a legittimarne l’esistenza.

 

L’argomentazione di Cecchetti è densa, la diagnosi pressoché indiscutibile. La base di appoggio è il seguente concetto: l’architettura contemporanea è un prodotto delle classi egemoni, di cui esprime il gusto, l’ideologia e la volontà di potenza.

Ed è proprio questa base concettuale, secondo noi, a scricchiolare. L’architettura contemporanea? Bene. E la piramide di Cheope, Palazzo Pitti o la basilica di San Pietro...?

È chiaro che è tutto il concetto di architettura occidentale, allora, a essere messo in discussione. L’autore però non si scaglia contro i grandi monumenti del passato, che (ci pare di intuire) ritiene legittimati dai simboli culturali o religiosi dietro i quali, al loro tempo, si nascondeva il Capitale (das Kapital). Che ora invece si palesa esplicitamente e democraticamente. La società democratica, secondo noi, non è però quella che non ha diseguaglianze, ingiustizie o utopie. Meno che mai è quella che stordisce i cittadini con la sottile violenza di ideali comunitari che si pretende contengano il “bene”, e per di più “comune”. Semmai, è quella che ci offre qualche mezzo in più per cercare individualmente, e si spera liberamente, la propria strada. Tra questi mezzi l’arte, l’architettura, la cultura sono mezzi fondamentali di quella libertà, purché siano capaci di saltare gli steccati, di imporsi, di forzare il cerchio delle verità tramandate per fare intuire una prospettiva nuova: che sarà sempre “dismisura”; che apparirà sempre “superficiale”, perché non si richiamerà pensosamente ad alcuna ideologia, né avrà applicazioni pratiche immediate; che sarà sempre il prodotto di un uomo geniale, della sua “volontà di potenza”, della sua disperazione o della sua vanità; che sarà sempre autocosciente e ironica, priva di preconcetti verso il divertimento, l’effimero, il piacere; che troverà infine in se stessa il proprio senso e la propria ragion d’essere.

Noi stiamo col Barocco, e riteniamo il mondo contemporaneo — o meglio l’epoca descritta da Cecchetti, quella che si è detta “postmoderna”, con i suoi “non-luoghi” liberi, finalmente!, dal gravame dei riti e dei simboli, capaci di fare da sfondo neutro alle vite che li attraversano — la migliore, ancorché imperfetta, approssimazione alla libertà umana che si sia riuscita ad ottenere. Pur all’interno del capitalismo, che inevitabilmente tende a radicalizzare le disuguaglianze. Certo anche il buon tempo antico non era uno spasso quanto a violenza, fame, sopraffazione. Qualcuno ha un’idea migliore?

 

 

Il Museum fuer Moderne Kunst e il centro di Francoforte

Al di là delle ricostruzioni storiografiche, il difficile problema posto da Maurizio Cecchetti nel suo libro rimane cruciale. Come si “democratizza” l’architettura? Anche qui noi la pensiamo.. al contrario dell’autore. Senza edifici “meravigliosi” (pensati con coraggio e dismisura e se serve vanità, e, perché no? per stupire, e realizzati senza badare a spese) non potrebbe esserci quel costante rinnovamento dei modi di visione e di percezione dello spazio, che è il dono più importante dell’Architettura all’uomo. L’edificio “meraviglioso” costa tanto, e quindi non sarà mai di tutti. Ma inserendo questi edifici in un’urbanistica intelligente, si dà la possibilità a chiunque di fruire, ogni giorno, dell’Architettura. I palazzi alti e altissimi, che ci piacciano o no (e a noi piacciono), rimangono l’unico modo di lasciar spazio al verde, alle aree pubbliche, alle piazze ai mercati alle strade, e nel frattempo alloggiare convenientemente gli abitanti di un mondo sovrappopolato da scoppiare (grazie a persistenti e scriteriate politiche del crescete e moltiplicatevi, qualcuno pagherà).

Ne vediamo ogni giorno il controesempio in Italia, urbanisticamente sfasciata dall’ideologia della villetta uni- e bifamiliare, del condominietto a tre piani progettato dal geometra di turno, con un solo esito: non c’è più posto. E quel poco che rimane è infruibile, grazie all’altra funesta ideologia, quella della Conservazione. Secondo la quale, purché costruito nel passato, ogni insignificante edificio d’uso (porzioni di mura tardomedievali, relitti di palasport d’epoca romana, resti monchi di torracchioni del Trecento, case e cappelle del più ottocentesco Rinascimento, tristi pievi di campagna, borghetti più o meno “antichi”), non più artistico del supermarket sotto casa o del condominietto di cui sopra, diventa oggetto di vincoli, divieti, ispezioni della Sovrintendenza. Cecchetti non ha torto quando ricorda che c’è un business del metrocubo; ma c’è anche un business della bellezza piccoloborghese e del turismo stupido, alquanto più pericoloso di quello. Tutti lodano giustamente l’ariosa ampiezza e l’aspetto accogliente dei boulevard di Parigi, dimenticando che esistono perché è passato Napoleone a radere al suolo e riprogettare. Si ammira Roma barocca, che fu possibile perché i grandi papi del Cinque e Seicento pensavano fuori scala e non fecero tante storie con gli espropri e le demolizioni. La guerra (“sola igiene dell’Architettura”) ha permesso a tante città tedesche di essere ridisegnate in quel modo luminoso, intelligente, vivibile, rispettoso della natura, che chiunque può sperimentare.

Noi crediamo che sia molto più democratica un’urbanistica di grattacieli, parchi e strade larghe, che permetta ai cittadini di spostarsi comodamente e senza intoppi ogni giorno per lavorare o per andare a teatro o (non ci sembra una colpa) a un centro commerciale, che quella devota al culto del centro storico, di solito composto da bui vicoletti d’età comunale e assurde botteghine alimentari con prezzi da gioielleria, incastonato tra periferie asfittiche, inquinate da un traffico di una lentezza esasperante. Ne bastano cinque o sei per nazione, di centri storici, come documento e non come monumento (magari affidandoli a comunità utopiche, che vogliano sperimentare stili di vita ed economie alternative, o a chi rivendicasse il sacrosanto diritto di vivere senza elettricità né acqua corrente); gli altri andrebbero ridisegnati e riadattati con la massima libertà. È chiaro che bisogna avere il coraggio di mettere un po’ di Care Memorie in cantina. Quando si inizia? 

 

 

Maurizio Cecchetti, Pelle di Vetro. Il libro dell'antiarchitettura, edizioni Medusa 2010, euro 17.50.