POETI

Un nuovo libro

Kurt Schwitters, Die Kathedrale, 1920

 

Poesia consolatoria? «Assistenziale», la chiamò a un certo punto Giacomo Debenedetti. Si era inventato l’etichetta per il Saba degli anni Cinquanta (« … quella di Saba è una poesia assistenziale, nel più alto significato del termine: una poesia che aiuta e illumina gli uomini in ciò che un altro poeta contemporaneo ha battezzato il mestiere di vivere»). Ma poi la pagina va letta tutta, e decrittata con calma. «(Saba) era cresciuto in un tempo, in cui i poeti più in vista si assumevano la specialità di una sorte straordinaria, di un confronto quasi professionale con sentimenti ad alto livello, ad alta frequenza, superlativi [sono pernacchie al formulario dei salotti, della cronaca mondana…],  con sempre qualcosa più in su della normale condizione umana: non faceva eccezione nemmeno l’umiltà di Giovanni Pascoli, quella vera e quella ostentata. Saba invece ebbe l’eccezionalità opposta: di rimanere nella media; ma col materiale di cui gli altri uomini sono costretti a fare la loro prosa quotidiana riuscì a fare poesia». Fosse quistione di una tirata contro il d’Annunzio o i suoi figli e nipoti, era un po’ tardi per applicarcisi (in quel primo quindicennio del dopoguerra, nel quale le sorti gabrieliche sembrano relegate decisamente a un punto imo). Debenedetti non è mai… Salinari; nemmeno il peggior rigurgito di un super-io partitante (la sua accidentata – e provvidamente irrisolta – militanza nel PCI togliattiano) l’avrebbe mosso a tirar fucilate contro un bersaglio che non reagisce. Ma poi, a Giacomino, la riduzione del discorso poetico alla misura dell’impoetico quotidiano (come una specie di post-crepuscolarismo di grado zero, fra depresso e pedestre) poteva riuscir mai consona? Che se qualcuno suona inabile alle lacrymae rerum (al malinteso ricatto del sopracciglio umido), quello è proprio il perfido Saba: nonnetto debosciato liquido mistificatore, sirena rotta ad ogni genere di malizie. Umberto Saba, potevano inventarselo i fratelli Grimm; mette il gelo nelle ossa e nelle vene, a un momento fa gorgogliare un oboe, e poi quell’oboe gli si sfibra in un’ocarina balbuziente o lunare. A Giacomino piaceva anche per quello (da ebreo sa bene che, nel quadrilatero del ghetto, la luce arriva a stento: in compenso tutto vi è musica, sordidamente). Altro che prendersela col povero Pescarese (il quale fra le righe, a guardar bene, si svela persino paradossale alleato del discorso!); il punto, per Debenedetti, è fare i conti con un equivoco di longue durée (nasce in Francia nel pieno Ottocento, sull’asse fra Lamartine e Baudelaire; diventerà senso comune o ferraglia ideologica). «Nella divisione del lavoro propria della società borghese» – osserverà Debenedetti sarcastico nei quaderni sulla Poesia del Novecento –, il poeta si vuole «lo specialista qualificatissimo nel mondo della sensibilità spirituale e nel mondo delle emozioni individuali». Unicuique suum, c’è un taylorismo anche per il ciclo dei sentimenti (se non proprio una catena di montaggio); sempre, il poeta piange ed ama per tutti. Per Debenedetti – speleologo della coscienza moderna (idest: delle sue latebre) – i generi non esistono: se non come pre-costruzioni fictae, continuamente trasmigranti e in diaspora. Comicità, grottesco, parodia, tragedia: sono punti mobili reciprocamente implicati, revocabili ad ogni momento in una disseminazione di ruoli e di voci, in uno scambio di codici e in una contaminazione di personae. I generi non esistono, figurarsi i compiti e i confini dati. (Esiste semmai un destino: enigma di sfinge). Alla fine, se c’è una cosa che la poesia «assistenziale» non vuole in alcun modo consolare, essa è proprio l’immagine “consolatoria” di una favoleggiata rettitudine dell’essere umano: tardoumanesimo ricattatorio e parenetico, ridotto a feticcio, a ersatz, a cartolina. Quante pessime pagine si sono sempre scritte a fin di bene. Credo fosse una battuta di Giuseppe Guglielmi: “una cattiva azione linguistica, non è nient’altro che una cattiva azione”. La perfidia di Saba è il suo elisir di lunga sopravvivenza.

Scomodare Debenedetti, e d’altra parte… «Un libro che ha l’ambizione, come gli storici Otto studi di Carlo Bo, di delineare un orizzonte, di orientare il nostro cammino poetico»: letta sulla seconda di copertina, e confesso di aver fatto un salto. Sono le frasi che uno non oserebbe scrivere, e che forse non vorrebbe leggere. Tirare in mezzo il lavoro mitico del patriarca Bo, per un critico giovane (ma in generale per chiunque): ci vuole una dose molto abbondante di facciatosta (l’audacia che a Napoli chiamano sfaccimma). È roba da impallidire e darsela a gambe, ma non ha tremato Adriano Napoli. Il volume in questione si chiama Le api dell’invisibile. Poeti italiani 1968-2008. Ha un’insegna presa da Rilke, ed è fresco di stampa per i tipi della Medusa. Sembra di intuire dovesse nascere come antologia:  la mia è una congettura, e in ogni caso non stupirebbe (si sa che i diritti d’autore sono una giungla inospitale, sabbie mobili da cui venir fuori è quasi impossibile). Forse l’idea di partenza ha dovuto sterzare in corso d’opera (per sopravvivere e per non sbancare): l’antologia (se tale veramente era il progetto cullato) è diventata una rassegna di piccoli saggî monografici (sedici poeti, variamente contemporanei). Napoli ha inquadrato i suoi discorsi con un’introduzione, allegandovi anche una sorta di interessante postfazione (Professione antologista: appunti preliminari per la compilazione di un’antologia della poesia italiana contemporanea). Come leggere nella luce giusta il volume? Questo non l’ha spiegato, e tocca sbrigarsela – per come riesce – al recensore. Al quale, sia detto con franchezza, queste Api dell’invisibile piacciono poco o veramente punto. Anche il Napoli sembra un tipo (se non simpatico) almeno franco: non finirà in un girone degli ignavi. Ha certe sue idee per così dire militanti, e cerca di esplicitarle (non diciamo sempre in buona lingua) con sprezzo poco meno che impavido. Non gli piacciono gli «analisti in camice bianco» (p. 172), e sono legnate per la Lorenzini o per Cortellessa (parrebbe accusati di eccessivo ecumenismo, quasi di disertare il momento giudicante); poi Enrico Testa (Dopo la lirica) disegna un panorama suo calcolatamente subiettivo (non per forza di cose particolarmente “nuovo”, si avvertirà, né questo sarebbe ora il punto), e al Napoli riescono indigeste «inspiegabili rimozioni di vicende autoriali considerevoli». Chi allarga troppo le maglie, e chi dichiara una scelta di campo: rischia di suonare una specie di ordalìa. Ma un’antologia di poeti (o, più in generale, qualunque sforzo di rappresentazione storiografica) non è lo sportello dell’anagrafe o la valle di giosafatte. Nemmeno è una scialuppa prima del diluvio universale: per quelli che restano fuori, ci saranno prove d’appello e riscatti possibili, forse in infinitum, mille e più giudici a Berlino o altrove (almeno finché un manipolo di lettori, marginale e pallescente quanto si voglia, non sia del tutto estinto). Ecco un punto preliminare e dirimente (se le parole van prese sul serio: anche quelle – così in odore di maldestro copywriting – di una sovraccoperta o una fascetta editoriale). Sappiamo bene cosa ebbe a rappresentare il lavoro di Carlo Bo (dentro la compatta vicenda del nascente ermetismo); più difficile sarebbe dare un senso all’espressione “il nostro cammino poetico”. Non mi sovviene (ma potrei sbagliare) un’immagine collettiva della poesia presente, tanto più in questi tempi ove il discorso civile non sceglie per solito il veicolo della forma poetica. Le confraternite della poesia, mi viene da associarle più che altro a coorti di sospiranti e questuanti, in paziente fila per un viatico o un premio. Con questo, non vorrei fare decimazioni di massa, ingiustizia sommaria (“non si fanno prigionieri”). Vorrei dire invece che non ci si salva per corporazione; sempre ci si salva, si vince (si è promossi) per storia di singoli individui. Orbene: un senso lo intuisco anch’io (e fors’anche riesco a condividerlo). Adriano Napoli è, lui pure ed in prima istanza, poeta; in qualche modo organizza qui un discorso di tipo autoriflessivo. Contro le derive di ogni freddo cerebralismo, terrebbe a restaurare un principio di comunanza (morale, e in senso lato esistenziale) fra il discorso poetico e la vita: qui sembra radicarsi la cifra extra-accademica del suo ragionamento sui poeti e sui testi. Nulla di male, anzi benissimo: non fosse che – dai tempi di Valéry ed Artaud almeno – non ritrovo poi molte esperienze significative di poesia, davvero risolte tutte nel glaciale calcolo della ragione raziocinante. (Ci sono, ci sarebbero: lo sperimentalismo visual-sonoro di un Lora-Totino, per fare appena un nome. Ma resta estraneo al quadro: quasi soggetto a una damnatio memoriae). Luigi Baldacci lo scrisse seccamente, ancora nel pieno dei Sessanta (infuriava la fresca moda del sanguinetismo, con quanto di terroristico le strategie del Gruppo 63 sùbito vennero comportando, proprio in termini di giustificazione ed autopromozione): è troppo facile figurarsi l’avversario nei termini fittizî di un idiota che non esiste, in una partita da stravincere senza sforzo e a mani basse. Per inciso: (come diceva il socialista Jean Jaurès) “c’è sempre un puro più puro, che epura”. Edoardo Sanguineti – in queste Api dell’invisibile – fatico a riconoscerlo; ho sempre l’impressione un po’ sgradevole di trovarmelo liquidato alla carlona (la cosa poco interesserebbe, ma i regolamenti di conti e le guerricciole per bande non sono divertenti). Avvertito che i sedici happy few del  Napoli non sono forse tutti e sedici consentanei a chi scrive (qui siglo, per onestà e per un’ultima volta, una dichiarazione per fatto personale da porre agli atti), un libro (per dirla col Cavalier Marino) soggiace all’«atto irrevocabile della stampa»: come tale merita di essere traguardato, sine ira. Non conta che il merito delle resultanze, la responsabilità delle argomentazioni, l’energia e la pertinenza dello scheletro e delle proposte. In breve e sparsa rassegna, segnalo alcune ragioni di una mia forte perplessità. Ogni quadro storiografico (per le motivazioni accennate) deve poggiare sopra date-spartiacque: pure avvertendone, quasi ogni volta, il carattere funzionale, convenzionale, artificioso (“historia non facit saltus”). La data-spartiacque del 1968 – perché no? –  potrebbe funzionare al pari di tante altre (se anche sembra trascinare una specie di revanscismo destrorso sottopelle, tanto più pasticciato e incomprensibile ora che le destre culturali e politiche – da ultimo – hanno vinto e stravinto in Italia su tutti i tavoli, col radioso spettacolo che ben vediamo). C’è un’aria di delnocismo in certe pagine del Napoli, e non mette conto valutare se l’austero professor Del Noce sia un buon virgilio (o magari no) per interpretare l’incerto quarantennio ultimo della poesia (quando un Augusto Del Noce converge però su… Franco Loi; ecco, l’impressione è del minestrone poco commestibile, pochissimo comprensibile). Per un lato, Napoli sembra trattare le ombre (questo “Sessantotto”) come cosa salda; per un altro verso, le date quasi non esistono (dentro un quadro che pur vorrebbe fare appello non alle “forme” ma alla “vita”). Così i decennî fluttuano spesso in un vacuo, come dentro una specie di cronologia azzerata. Tutto diventa uguale a tutto; la storia dell’intero Novecento è rifatta volenterosamente per convocazioni laterali, forzatamente per incidens, epperò con riduzioni e semplificazioni imbarazzanti (i marchî caratterizzanti su Sereni, Montale, Pasolini, Zanzotto – per fare un esempio – più che sbrigativi sono al limite dell’insensato). Altrove corrono i formularî del più frusto luogo comune. Grazie al cielo, non trovo “il miele di Bertolucci”;  il resto del bric à brac in compenso (come per Caproni, ça va sans dire) esorbita tutto e felicemente (il canto trepido, il piccolomondo, l’arcadia…). Vorrei credere si tratti di gesti parodici (sulla scorta di quelle avanguardie storiche che – maleducate e iconoclaste – tanta serenità e quiete turbarono al mondo). E, del resto, che vale ridursi a un Manfurio, coi suoi tic fatalmente da zitellino? Gramsci avrebbe disseminato tutto quanto di stizzosi punti esclamativi (era il suo espediente di lettore-carcerato, metticaso per le delizie procurategli da un Ojetti, per non soccombere ai travasi della bile). Nessuno è Gramsci (ventura o colpa), e poi qui mica si offende nessuno: nemmeno ad arruolare il montalian-sereniano Luciano Erba fra i companions de route dei Novissimi (anche se questa è proprio grossa: il diretto interessato manderà fumo dal naso), oppure a derubricare le esperienze della poesia dialettale novecentesca come «revivals felibristici» (Pierro, Giotti, Tessa? Non so a chi pensi il Napoli, quale reviviscenza dialettale o félibrige di sorta abbia in mente; o magari il gusto di un formulario pseudocoturnato gli ha semplicemente preso la mano e giocato un tiro…). Ravvisare in Raboni tracce di «una lunga stagione informale», sembra quantomeno azzardato (si dica: un’enormità mai sentita prima, indimostrata ma forse implausibile). Son mille perle di cui il discorso del Napoli (coi suoi gerghi un po’ oracolari e le sue goffaggini) è decisamente rigurgitante; torno a dire, riesce sterile farne un computo minuto. Basterebbe almeno non scambiare «forme chiuse della tradizione» con prosaicità (o malintesa cordialità) neocrepuscolare: quando l’accensione di un Giudici verso una scommessa di tendenziale trobar clus (l’episodio di Salutz: dissonante unicum nel diagramma autocastigatissimo della sua esperienza) diventa  un ponte «oltre il limite della fumisteria» e «verso il terreno comune di una lingua condivisa». Questo aggettivo: “condivisa”. Se ne fa ora un grande ed impudico scialo; sarebbe però il caso di lasciarlo ai politicanti (teniamolo fuori almeno da quell’atto individuale che la poesia è per statuto). Quanto a Salutz di Giudici, hai voglia cercarvi cordialità ed immediatezza (“ … sogno, son desto?”). “Immediatezza” – quest’arabafenice, mitologia-feticcio – vi sarebbe anche, per esempio, in Ora serrata retinae di Valerio Magrelli (così perspicuo e affettuoso già nel titolo: la battutaccia questa volta mi è scappata). Mi fermo, de hoc satis. Gli è che il Napoli, a me pare, ha le idee un poco terribilmente confuse: dico sul piano del gusto e delle proposte (da qui sembra derivare tutto uno smottamento di tanta parte degli effati critici). “Immediatezza”, e sia pure (l’«esattezza» predicata da Calvino – poteva mai mancare Italo Calvino? –. Resta che se qualcuno non credeva alla naturalità dei linguaggî, costui era proprio Calvino). Poi, in Alessandro Fo, il Napoli ravvisa «l’arte di una sapiente concertazione formale ed espressiva» (p. 29). Condivisibile in toto (il ripelliniano e latinargenteo professor Fo, poeta di grana fine: fervidamente lavorato da una memoria profonda e vasta del manierismo d’occidente, da Rutilio Namaziano e prima ancora da Ovidio); ma si accorge il Napoli che una frase del genere va bene per chiunque (anzi riesce genericamente inaggirabile, se appena quel tal poeta è un poeta sul serio)? Non vorrei incrudelire sull’inevasa promessa di «una prosa saggistica di forte impronta»; gli strilli dell’infelice sovraccoperta funzionano qui sempre come un ordigno micidiale. La «sapiente concertazione formale ed espressiva» va bene per il tè delle cinque, per le sale d’attesa ferroviarie (se qualcuno vi parla a caso di temi di poesia), va bene per una sussiegosa dichiarazione ai telegiornali (si torna ai ghigni o alle orticarie di Giacomino: “sentimenti ad alto livello e ad alta frequenza”). Il fantasma di una tentazione orfica attraversa le lettere italiane ormai da tre decennî (almeno dal tempo della Parola innamorata di Giancarlo Pontiggia ed Enzo Di Mauro). Lasciamo al Napoli il suo Wim Wenders («Quando l’umanità avrà perso il suo cantore, avrà perso anche l’infanzia»: in fondo viene dal Cielo sopra Berlino, mica da un Bacio Perugina). Il genio di Wenders commercia da sempre col dépliant turistico, i tramonti cartolinati, la brodaglia del poetese (Baudelaire lo chiamerebbe il poncif: lo malediva, subendone la fascinazione). Bisogna però chiedersi a che giuoco stiamo giocando (soprattutto, chiedersi sempre se questo è “un gioco”). Per il Napoli, la poesia di Maurizio Cucchi sembra il massimo della vita: «una lingua priva di torsioni espressionistiche o immaginifiche». Si salvano i potenti del vapore, il mandarinato dell’editoria; la guerra del Napoli mira invece alle istituzioni (la retorica, le poetiche, il linguaggio). Anche un discorso “reazionario”, ha bisogno di giustificazioni e forti armature. Mi sfugge il senso di questo “compromesso storico” che il libro rilancia: ‘orfismo vel crepuscolarismo’. Rilke, richiamato nel titolo: mettiamo pure fosse la sua, come quella di Wenders (che infatti ne ritraduce pezzi di discorso), una lezione gravata di molti equivoci. Nella visionarietà spenta di Rilke, l’iperuranio degli archetipi è la medusa del nulla. Rilke non era cordiale, né immediato (neo-crepuscolare).

(diego varini)

 

Adriano Napoli, Le api dell’invisibile. Poeti italiani 1968-2008, Edizioni Medusa 2010.

 

Opera neodada di Ugo Carrega, 2005