Per un Ottieri meridiano
Adriano Olivetti
«Nulla è più immobile dell’Io randagio», dice Ottieri nel Palazzo e il pazzo (1993). E questo incurabile par excellence ha interrogato e riscritto in infinito, per quarant’anni, il tema ossessivo della propria ferita psichica: con dedizione narcisistica assoluta (ma senza voluttà). La sua battaglia con l’alcool e la depressione divenne alimento per i rotocalchi: ne ghignavano anche i salotti. A quanto ammontava l’esatto numero dei ricoveri, il computo delle terapie tentate e naufragate? «Come Dante si spostava / di corte in corte / io mi sposto di Divisione Medica / in Divisione Medica». I salotti li conosceva bene, li aveva bazzicati e poi irrisi: da gran mondano a devastato misantropo. Ridurlo a personaggio (ingabbiarlo in una maschera) fu un modo per sterilizzarlo, con le armi tipiche della chiacchiera culturale: era accaduto a tanti, persino a un Campana. Anche il romanzo che per primo gli diede fama, Donnarumma all’assalto (1959), fu sempre citato molto più che letto: il fulcro di una vampata alla moda (la cosiddetta “letteratura industriale”), però anche un ufo sulla scena nazionale (sospesa, eternamente, fra belletrismo e impegno). Ottiero era, lui pure, un figliolo di Vittorini: solo che erano fatti per intendersi male (Vittorini «odiava, da lirico, il naturalismo… Mi rimproverava di andare dall’ideologia alla realtà invece che dalla realtà all’ideologia»). Per Vittorini, esemplarmente il problema delle Due tensioni, fino all’ultimo (seppure quel titolo è un’invenzione di Isella: per i disiecta membra dell’indecifrabile libro postumo). Forma e contenuto, ideologia e linguaggio, individuo e universo: il mondo è dualista. Marxhegelismo (una dialettica perenne di tesi e antitesi?). Ottieri comincia descrittore scientista (la mimesi dei processi industriali, il microcosmo della produzione e della fabbrica) e ripiomberà violentemente nella lirica (se “lirico” è – statutariamente – ogni discorso fondato sull’introspezione). Ciò che è reale non è razionale, e il razionale non è mai reale. Più doloroso averne rivelazione nella cittadella di Utopia (la Olivetti dell’ingegner Adriano: capitano d’industria e scienziato-riformatore sociale). C’è sempre alienazione dentro il ciclo del lavoro (la reificazione dell’uomo ridotto a strumento: fu la scoperta di Simone Weil nella Condizione operaia), e c’è alienazione dove il lavoro manca (nel lumpenproletariato della Pozzuoli olivettiana: sullo sfondo atavico della fame e dell’analfabetismo). Il tempo dispera quando è un vuoto, perché è vuoto (per un borghese – scansati i bisogni primarî – sarà l’inferno della noia); e dispera parimenti quando, per lenire l’orrore di quel vuoto, occorre riempirlo di sempre nuovo lavoro. Cartesio metteva in parallelo l’alienazione con il divertissement (rimedio maldestro, fallimentare). E al Divertimento si intitolerà uno dei libri più belli di Ottieri (1984): nel lusso senza gioia della Milano per bene (e più che mai da bere). Non aveva bisogno dei Lanzichenecchi per disamorarsi della politica: il sentimento dell’irrealtà quotidiana smangia il sogno socialista (o le aporie del sogno egualitario fanno da innesco allo sfracellarsi della nevrosi). Ma parlare di sé, ossessivamente, ad ogni passo riporta dentro il mondo. Questo cronico borderline vede più cose di ogni vantato sedicente sano. Metamorfosarsi in sembianze femminili (“la Bovary c’est moi”) è appena il suo timido stratagemma (a partire da Contessa) per continuare a rimettersi a nudo, e riversare sul tavolo anatomico della scrittura la fenomenologia mostruosa di Es, il campionario teratologico delle sue escrescenze inconfessabili. Groddeck aveva parlato della malattia come di una specie di opera d’arte, che il paziente viene forgiandosi passo a passo. In parte, la malattia è veramente il capolavoro di Ottiero: ma senza gravame di mitologie romantiche. La sua malattia è un capolavoro riversato in opus magnum: il delirante ribattere catatonico di un’inafferrabile sintomatologia compulsiva. «Scrive del pensiero ossessivo nel pochissimo tempo / lasciatogli libero dal pensiero ossessivo: / esso impone che non si pensi che ad esso» attaccava Il pensiero perverso (primo approdo, nel ’71, alla misura della prosa versificata). Gli estri retorici e i lenocinî lessicali sono ridotti al grado zero. E pure il prodigio dell’affabulazione riscatta ad ogni pagina. Dove il mantra del ripiegamento narcissico mostra la corda, sottentra un altro e diverso strumentario manierista: le voci si ingarbugliano e si moltiplicano in una sarabanda indecidibile fra l’adagio e la marcetta, i fantasmi si mescolano agli ectoplasmi, laura petrarchesca è una dulcinea di bettola, il parlamento un vaudeville, ogni potente uno sgorbio o un dottor Stranamore. Ottieri, retrostante, un satiro e forse un casto: erotomania più di tutto funeraria, rabbiosa bava cerebralistica del suo furor di vagheggiato e mancato priapo. Di stazione in stazione, in uno psicodramma che continuamente ricomincia e trasmuta. Bisogna pensare al pedagogismo civile di un settecentesco abate Parini: ma esploso in aria in un miliardo di scheggie, accelerato e sventrato in una parodia alla enne, sfracellato nell’oltranza basso-mimetica di un muro di suono mostruosamente monocorde e depistante. Una strategia che concresce, nelle cinquecento pagine del Poema osceno (1996), fino alla misura programmatica del vomitevole: mescolando pornografia e saggismo, operetta e lamento elegiaco, telecrazia e invettiva, salva flatulente e disperata invocazione d’amore. «Inizia dal rumore e finisce nel rumore – scrive Giuseppe Montesano –, potrebbe iniziare cento pagine prima e finire trecento pagine dopo, è una satura menippea ma come potrebbe farla il John Cage che in Imaginary landscape n. 4 accendeva dodici radio e le costringeva a suonare il contrappunto del caos» (contrappunto e fuga: «la sua fuga insieme ai segni, […] dietro al suo tavolo che non è fatto per scrivere, in una fuga che non è fatta per evadere»). Montesano – curatore per i Meridiani di queste Opere scelte di Ottieri – ha premesso al volume un saggio introduttivo strapieno di complicità e di acume: forse è il vantaggio di non essere un accademico (uno scrittore di vaglia, e un critico-scrittore un poco felicemente alla maniera di Henry Miller). Con Donnarumma, L’irrealtà quotidiana, Contessa e Il poema osceno sono esemplati nella silloge il tardo Cery e l’importante taccuino giovanile de La linea gotica (tutto immerso nella problematica olivettiana ed einaudiana degli anni Cinquanta, all’alba della parabola di Ottieri e a rinnovata sanzione della sua radice di scrittore diuturnamente civile). Un percorso non vincolante, ed invece coeso: Ottieri vi è rappresentato in piena luce. Fanno corredo gli apparati di Cristina Nesi e Maria Pace Ottieri, essi pure importanti e centrati. Un’occasione: non certo per fare di Ottieri un monumento, semmai per tornare a leggerlo e interrogarlo.
d.v.