Filologia dell’anfibio

Per il Metello pratoliniano i vecchi commilitoni erano meno di comparse: figuranti macinati nella memoria, volti senza più un nome e nomi senza una faccia. (Basti che non incontravano nel romanzo miglior sorte – ed è gran dire – le sue trascorse amanti: relegate nell’indifferenza di un passato «al quale, come tutti gli uomini semplici, sani, spontaneamente connaturati alla realtà, Metello non chiedeva né di rivivere né di essergli, in qualche modo, di aiuto»). Vasco Pratolini, odiosamente, approva (« … la sua intelligenza modesta ma quadrata»); Michele Mari, non credo. «Di tutti i miei compagni ricordo la faccia, di tutti il cognome». Questo scrittore di estri comici potenti: distillati dalla dittatura del cerebro. Ha trasformato Leopardi in un licantropo, e fatto incontrare Walter Benjamin con Marc Bloch. Fedele a un patto di disarmata sincerità, la sua narrativa tende naturaliter verso l’autobiografia: reinventa un’autobiografia per figure, coi frammenti spersi del continente “letteratura” (quasi scheggie di una montagna antartica, approssimazioni su una cerchia purgatoriale). Ha scritto “io” parecchie volte, con intonazione calcolatamente ambigua, per alludere a un personaggio che è insieme l’uomo empirico “Mari professor Michele” e la sua proiezione onirica, fantastica, allucinatoria. È la lezione fondamentale di Rimbaud (nella modernità, “moi c’est un autre”); e Mari la riattinge per i sentieri di un Manganelli sempre dilettissimo (“letteratura come menzogna”). Il verisimile conta più del vero, la fabula molto più degli indizî (che non sono gabbie di cimiteriali fatti, no di certo; anzi finestre su un diverso possibile). Sovviene – fra le pagine di Rondini sul filo (1999) – un esempio quasi fotografico, scelto un po’ a caso: «a venticinque anni ho curato un’edizioncina commentata degli Sciolti a Sigismondo Chigi». Chi sta parlando? Chi è la voce monologante (o inquirente), dentro quel referto (elefantiaca invettiva!) sopra le piaghe di una fagocitante gelosia maniaca? Eppure in questa Filologia dell’anfibio, che Laterza rimanda in libreria a un quindicennio dalla prima uscita, l’autobiografismo di Mari è stato per una volta senza schermi: “diario militare” di una recluta – per dirla col sottotitolo: un po’ fra Boine e De Amicis –, nel suo incontro col microcosmo in grigioverde. Per gli antichi coscritti ormai in congedo, il libro funziona come una specie di madeleine copròfila: riporta al senso di un panico disorientato, una sottrazione del continuum vitale, una brusca cerimonia di iniziazione. L’effetto è, senzameno, claustrofobico. Dai tempi del Woyzeck o di Igino Ugo Tarchetti (Una nobile follia) i rituali della caserma non devono esser cambiati troppo, perlomeno nella sostanza. Tutto si ripete (o si ripeteva) uguale a tutto, di stagione in stagione e di scaglione in scaglione: nella coazione di un assurdo eterno ritorno. Da ultimo la leva obbligatoria è ormai abolita, perlomeno in Italia: e ai lettori ventenni queste pagine parranno, forse, il “c’era una volta” di un tempo arcano e decisamente distante. Resta che la difficoltà del libro (la sua felice inattualità) è ben altro dal trascorrere della sociologia e delle mutate leggi: difficoltà tutta poggiante sopra ragioni di scrittura. Per un verso, una violenta riduzione dello spettacolo della caserma alla sua datità fenomenologica: censire-schedare-scrutinare tutto (facce, antropologie, costumi, luoghi, oggetti) in un afflato di bulimìa catalogante. E, per contro, l’innervarsi di questo ipercatalogo come una specie di arcimboldesco atlante mentale: modellato en abîme su un rincorrersi di citazioni e di calchi. Non vorrei tacere (magari per tema di sovradeterminazione) che l’insegna del libro –Filologia dell’anfibio – è un discreto grumo di significazioni riposte: sarebbe piaciuta all’ingegnoso Tesauro. In prima battuta, essa è quasi il corrispettivo di un ossimoro: “filologia” s’incastra male con “scarponi militari” (“la poesia combatte col rasoio”). Filologia coi piedi (o dai piedi)? Ma la realta è sempre comica. E non fa male – umano, troppo umano… – traguardarla verso il basso, come sotto un vetrino. Forse anfibio è anche lo scrittore-recluta michelemari: nel suo essere se stesso e contemporaneamente un altro, dentro il quadro ed insieme esterno ad esso, soggetto e oggetto della propria esperienza. Pirandellismo di foggia nitida (la protagonista di Suo marito «si vedeva vivere»): e « … da qualche anno, in effetti, si era accentuata in me la forma mentale di chi continuamente “si vede” e pensa a sé in terza persona (condizione grammaticale di questo sapersi): ecco la recluta M. che passeggia in un corridoio della scuola di Lurago d’Erba: sono le 3.10 e tutto tace; cosa fa questa recluta? Pensa a sé stessa che sta camminando in un corridoio, ma attenzione, adesso cosa sta facendo? sposta la cinghia del fucile dalla spalla destra alla spalla sinistra: è sola a Lurago, la recluta M., quindi è sola nel mondo…». Dovrà evocarsi, per ogni corveé ogni manovalanza ogni guardia, l’immancabile dasein heideggeriano? Straniamento ed epoché sono ricetta antica (col metodo predicato da Marco Aurelio: guardare alle imbandigioni di una ricca mensa come ad ammassi di cadaveri di uccelli e pesci. Nulla è come sembra, rinverginare l’occhio e la conoscenza: «denudare le cose e la loro pochezza» (è sempre Marco Aurelio). L’approdo è scoturnante, ma passibile di un rovescio paradossale: che – scrive Mari – « … non altra è l’anima della Filologia, la ragione di chi, riluttando ad alterare ciò che sente come “originale” ed “autentico”, tende anche a interpretarlo, almeno formalmente, come “buono”. Il che non altro significa se non che, stante l’assiologica negatività del servizio militare così come viene prestato, l’unico riscatto gli può venire dal riconoscimento della sua araldica formalizzazione. Di quell’anno dilapidato le formule, gli arcaismi, i decorativi cavilli, le pompe esteriori, i rituali arcani sono l’unica luce, la sola passione». Tutto studiando e scruttinando, non omnis moriar. Dove la parola arranca o non basta, saranno schizzi disegni ghirigori: conta il segno, la bava scritta del segno, che immagazzina e prende in salvo il ricordo! Il peculiare ripercuotersi di una diffrazione anfibia, nell’officina stilistica di Mari, è anche il suo tener partita doppia fra una primigenia matrice illuminista (la linea lombarda di un Pisani-Dossi, anche più di Gadda) e il debordare di una tensione basso-corporea, ricreata sul respiro del pastiche. Come il suo Manganelli, Mari diffida della risata aperta (o la detesta): nel prorompere del riso, annusa i germi di un inganno o un ricatto. Comicità non è l’estro di un lazzo, ma la pazienza di una lunga partitura. Il sublime e lo sconcio, l’alto e il basso, il prosaico e il gentile non esistono: sono astrazioni e gabbie continuamente revocabili. Basta sapere che tutto è letteratura, tutto cultura: saturi di storia, i miti pratoliniani della salute (si torna a Metello) non esistono (ritrovo un passaggio, nuovamente, da Rondini su un filo: « … st’intellettualismo alla rovescia, sto sogno, a sua volta, che a calarsi nell’opaco nel crasso passino i tormenti del cervello… come se si potesse abdicare, al celabro… a Giordano Bruno, a Cervantes… a Conrad… a Bach… a come te l’hanno affinato loro, il cerebro… scusate, se insisto, ma è arduo, accettare… soprattutto per me che mi ci son massacrato, nei sogni… che mi sono plutarchizzato, nella letteratura, wertherizzato, negli amori impossibili… l’accetto mica sta resa, sto calamento di brache…»). Non c’è sublimazione né risposta; resta però il teatro (cioè la sostanza dell’essere-nel-mondo). Sorprendere l’assurdo nella precarietà della sua finta meccanica: non predicava Bergson la precisione dell’intuizione? A quel punto, si riderà davvero. Quanto a un incubo-spauracchio della vita di caserma (il servizio piantone-cessi): « … perché nasconderlo? un lavoro che ti fa pensare a Rabelais e a Céline ha nella stessa oltranza della sua sconcezza i germi del suo riscatto letterario, e a saperla prendere dal verso giusto l’esperienza della Merda può regalarti un senso infantile di pienezza fantastica». Il viaggio continua.
(d.v.)
Michele Mari, Filologia dell’anfibio. Diario militare, Laterza, Roma-Bari 2009.