LUISITO DIES

(foto di Alberto Maletti)
così ci siamo perduti anche don Luisito.
erano stati anni, per lui, durissimi, questi ultimi, quasi una esosa gabella del destino alla felicità del suo tardivo ma straordinario riconoscimento pubblico (e lui ci teneva, non per sé; non per sé solo). in gran parte trascorsi in ospedali, postumo a cadute a fratture a incidenti che potevano sembrare una lunga serie di gag, e purtroppo non erano. quando mi dissero che si era resa necessaria una nuova operazione, in un organismo così debilitato, capii che si era alla fine.
il vecchio leone, dal sorriso sempre un poco mesto, dalla cadenza colloquiale calma, era attaccato alla vita; si è battuto fino a fine anno. ora mi auguravo per lui che finisse.
che lezione, in quella fedeltà alla vita.
in quello, quando i lettori ‘lo’ riconobbero, ebbe la sua zattera fra la solitudine dello scrittore e il battere di vele del successo. è che quella solitudine era come ammobiliata, con dimessa ricchezza, delle cose in cui molti potevano ritrovarsi. gli oggetti d’uso, coi loro nomi. il sugo delle cose. i colori, le luci, gli odori, i sobbalzi del tempo, come fai a dire morto? ma nessuna epica o comica campagnuola, nessun indizio di calviniane ‘cento pagine’ o, peggio, guareschiane corbellerie.
i tempi della zolla impongono di confrontarsi con l’idea stessa di maturità.
luisito si era formato come figlio fedele della resistenza, di cui era stato spettatore per poco (la sua classe era il 1927), come membro fedele della chiesa (e dunque insofferente degli aspetti legati alla gerarchia, agli accomodamenti, all’unta rettorica, al faccendierismo clericali), e come storico della riforma cattolica cinquecentesca. questo fu il primo a perdersi per strada, l’uomo che non veniva a patti ebbe scelte durissime da compiere. non gli importava la carriera (e ne avrebbe fatta, ne stava facendo con prodigiosa rapidità, ma sentiva che questo lo allontanava, invece che avvicinarlo, al suo Cristo).
se dovessi cercare un segno del patto fra Cristo e Luisito, direi: il sudore. si suda, nelle estati gravose del Cremonese. questo torna nelle pagine, nelle lettere di Luisito.
lui, e Gavazzeni, gli ultimi grandi scrittori di lettere che ho conosciuto. si somigliavano, un poco, nei tratti lombardi del volto, nella ostinazione del mento. superiori e indulgenti, per indole, ma non disposti a cedere sul minimo punto delle proprie convinzioni. ricordo la sciagurata serata in cui combinai una cena a casa mia, a Parma, con Luisito e con un medico cattolico, onesto, ingenuo e gran maneggione di cose parrocchiesche, che mi aveva caldamente pregato di favorire un incontro. a prima vista, si seppe che la maionese non sarebbe montata. il medico conosceva l’oculata ubbidienza, Luisito la squillante libertà.
dovrò un giorno raccogliere le lettere sterminate, in perfetta grafia un poco antica, che con ritmo da fidanzati di lui mi giunsero, per tanti anni. mai lasciate senza risposta (ma breve, non distratta spero; avevo escogitato la formula: ‘ad usum chartulae’). ci aveva fatti incontrare Sandro Sinigaglia, il poeta della Camena Gurgandina. v’è un dio che veglia agli incontri degli uomini. solo nella nobiltà dei tratti (un poco baroneschi nell’uno, più contadini nell’altro) e del retto carattere Sandro e Luisito si somigliavano. il poeta era tutto con d’Annunzio, con l’eros e con Contini, che già è una bella combinazione. con gli occhi accecati dalla venerazione, aveva inutilmente sperato che il Maestro di Domodossola, suo intimo amico, abbassasse i proprii sulle poesie di Luisito. allora me le mandò a leggere. io credetti che Luisito fosse l’abbate, e non il cappellano che era, della abbazia di Viboldone; non sapevo che quella abbazia, benedettina, era femminile. in me il nuovo poeta trovò un ascoltatore e un ammiratore, anche uno capace di mettere nero su bianco i distinguo. forse era un poco stanco delle dolci beghe conventuali, inevitabili in ogni umano consorzio, vi faceva calare la propria parola calma e non ritrattabile, il suo consiglio di uomo dolce e saggio, la sua arte di organista. in lui trovavo respiro dalle beghe che, specie in quegli anni, mi opprimevano all’interno di quella guyana che fu per me l’istituto di italianistica di Parma. si parlava di poesia, con lui, e non in senso lirico e traspositivo, come di un’arte che ha dei suoi problemi formali.
pensai a lungo che nulla si poteva insegnare anche in questo, a Luisito, se non un margine di ironia. più avanti, capii che anche in questo sapeva darci dei numeri.
non sono andato a trovarlo nella sua malattia. mi conosceva troppo per non saperlo e mi amava troppo per non avere sperato forse fino all’ultimo. sarà un altro rimorso che mi terrò. non fui presente alla morte né di mio padre né di mia madre. io li ricordo vivi.
sono un uomo malfatto, un guscio gracile; non riesco a reggere al mesto rito degli addii, delle parole che sanno di dover dire altro da quello che tutti si sa. né riesco a partecipare ai funerali, a immergermi nel loro grottesco. vorrei che in ogni casa ci fosse un forno, uno sportello; partecipazioni: a cose avvenute.
ho visto morire solo la mia gattona. ma non c’era nessuno al mio posto che poteva sostituirmi e lei lo sapeva; e il mio figliuolo mi fu accanto.
il libro che ha dato l’esplosione di fama a Luisito è stato quello resistenziale, del quale vegliai alla nascita come un ostetrico stupefatto. tuttavia il suo capolavoro, per me, è quello successivo, dedicato agli amici di fabbrica, quando Luisito ne condivise la durissima vita per tre anni, dal 5 febbraio del 1968, operaio turnista addetto alla lavorazione dell’ossido di titanio alla Montecatini di Spinetta Marengo. è un libro stupendo e composito, in una prosa stendhaliana. In quegli stessi giorni io entravo (come assegnista biennale) alla facoltà di magistero di Parma: mi preparavo a vita meno eroica. Luisito ha fatto a tempo a vedere, lo scorso dicembre, l’antico monumento, lasciato troppi anni in frigorifero da un editore sciagurato, della sua traduzione completa, in tre volumi, delle opere di san Giovanni della Croce. Era facile, con quel santo scrittore, deragliare o dalla parte del santo o da quella dello scrittore, ad esempio sovraccaricando anche di poco la carica potenzialmente barocchista dei versi di San Juan. Ritrovi, senza sfaglio, la lezione buona: alla poesia si arriva per la via della prosa.
supremo prosatore, Luisito. a presto, come da vivi.