GLORY, GLORY LAMBRUSCUIA....

appunti su un festival cinematografico

 

 

 

 

 

 

Ho conosciuto l’organizzatore di questo festival[1] tanti anni fa, quando mobilitava pochi (e tiepidi) spiriti parmigiani per fondare un altro Cineclub, l’ho veduto da presso incunearsi nell’evidente crisi degli apparati della sinistra che, proprio in città come Parma, avevano raggiunto un prematuro capolinea (e dopo, il nulla).

Fondare una nuova sede per il cinema al principio degli anni ’90 - dopo la parabola politica della Prima Repubblica, ormai disfatta; ma dopo anche la politica tout-court, agli esordi della sua lunga marcescenza - poteva (voleva?) significare guardare al cinematografo da una differente prospettiva, proiettandosi oltre l’impasse del godardismo rabdomantico post-comunista; o, più modestamente, stando tra i flutti della sociologia, bypassare l’uggia predicativa del nannimorettismo, prossimo a spiccare il volo verso approdi anti-ideologici quanto mai prevedibili, al cinema e fuori di esso.

Di questa mancata rifondazione culturale restano poche tracce. Ma che cos’era mancato all’Italia che non ha saputo rifarsi? Quali appuntamenti avevano fallito gli apparati culturali, persino quelli più provinciali che tanto mobili parevano fino a trent’anni fa[2]?

 

Resta un verdetto inappellabile: a Parma, in meno di quattro decenni, si passava da Pietrino Bianchi e Attilio Bertolucci - o, su un piano di minor prestigio, in sospetto di scandalo mondano, Bevilacqua -  a chi, scusate? A parte qualche maestranza minore, che ha curato diligentemente il ‘suo’ rifacendosi in parte al sentimentalismo piccolo-borghese rimesso in auge, nella versione mondana, da un Muccino e, in quella crepuscolare, da un Avati, il vuoto che si para d’intorno è imbarazzante. Gli stessi Bertolucci del cinema[3]  ce lo avevano detto per tempo: la città è nera e fuggirla è meglio. A tal riguardo, La tragedia di un uomo ridicolo sembra il manifesto lucido e spietato di quella rapacità che, dipingendo in azione i notabili della piccola Babilonia di pastette, sarebbe poi emersa, .... anni dopo, dilagante nello scandalo Parmalat.

 

 

Anche nel togliere di mezzo spazî e occasioni di incontro ci si è confermati maestri. C’era una volta un Festival in quel di Salsomaggiore (proprio la cittadina ex-termale e ora sede di strani incontri, avviata sulle orme di una piccola Chicago, alla meglio ricovero di vegliarde attizzate e vogliolose - così narra la nuova vox populi) che era ben costruito: piccolo, con una politica strutturata per incontri non occasionali con un certo tipo di realismo acerbo e inconciliato - sul modello di Positif, rivista che dello snobismo parigino propugnato dai Cahiers era irriducibile avversaria; così fatto era quel Festival, un avamposto non spregevole per chi volesse traguardare un naturalismo d’ispirazione morale, tra Samuel Fuller (l’impronta più carismatica, un tripudio di paesaggi americani sommersi e individualità pittoresche degne di un Balzac) e Marco Bechis (esponente di una più contrita forma di realismo moderno, ingrigito da una sua risentita dignità didascalica - quella di chi cerca di trasmettere verità incurante della forma - tipica di un certo tipo di cinema italiano).

La sola vera novità di questi anni di dura provincia, sempre più profonda e distante, abbandonata dalle velleità di una cultura universitaria mai affermatasi sul territorio, sono i brontolii della base, i rimescolii di una cultura ruspante di cui il Parma video film festival in oggetto è forse l’esemplare di punta.

Pur non essendo io un frequentatore convinto di maratone e rassegne di pochi giorni, il programma di questo Festival mi ispira una serie di considerazioni di non mero carattere estetico.

 

1) Il Parma video film festival è e resta, pur con i suoi limiti, una delle poche testimonianze attive (propositive, in grado di formulare un’idea dell’arte cinematografica) della vena cinefila cittadina, poiché altro qui non avanza se non l’attività di cineclubs sulla difensiva e ormai distanti da un’attività concreta ed assidua di rilancio e proposizione. Né è qui il caso di rammentare la latitanza della cultura accademica, rinchiusa nelle sedi istituzionali a difesa di un ‘rigore scientifico’ poco più che asserito.

2) Il Parma video film festival ha ormai acquisito una veste istituzionale. Quando la macchina organizzativa può vantare tra le sue fila la presenza dei maggiori enti locali (il fior fiore delle banche cittadine, il Comune di Parma a ranghi serrati - al completo di tutte le sue entità pulviscolari -, l’insigne Istituto Paolo Toschi, il cinema Astra d’essai, l’Università con  alcuni esponenti di spicco), della Cineteca di Bologna, del D.E-R (Documentaristi Emilia Romagna - “avrete certo sentuto lo nome...”) e, last but not least, dell’I.N.S.O.R. (Istituto Nazionale Sociologia Rurale!??); quando insomma un ente può annoverare uno stuolo così nutrito e agguerrito di sostenitori, è giocoforza riconoscerne la non peregrina consistenza.

3) In quanto organo rappresentativo consolidato, il Festival del cinema diviene un termometro, uno strumento tangibile con il quale è possibile misurare la più ampia disponibilità culturale della presunta petit ‘capitale’ (sic).  

 

 

 

Dati gli ampî presupposti veniamo ora al programma, specie a quello dei dibattiti, meglio intelligibile a distanza:

            1) Due incontri incentrati su figure locali: il primo, dedicato a Francesco Barilli (durante il quale interverrà lo stesso autore), regista minore, sì, ma soprattutto rampollo locale di lunga discendenza che si è dato al cinema con esiti di rado memorabili; il secondo, al vecchio Antonio Marchi (colui che, in collaborazione con Luigi Malerba, filmò Donne e soldati, film mitico in città almeno fino a qualche lustro a dietro).

            2) Una tavola rotonda sull’uso del cinema come fonte documentaria per lo studio della storia, in odor di castissima pedagogia.

            3) Ancora un incontro a mezzo tra il cinema e l’antropologia, in collaborazione con il corso universitario “Fonti orali e metodi della ricerca per la comunicazione audiovisiva”.  

            4) Due incontri con Cecilia Mangini, documentarista di un certo nome (moglie di un altro noto documentarista, Lino del Fra) che si segnala anche come collaboratrice di Pasolini (dopo aver tratto dal romanzo Ragazzi di vita un documentario sul finire degli anni ’50, la Mangini collaborò con lo scrittore friulano alla lavorazione di Comizî d’amore) e di Marco Leto, insieme al quale essa lavorò a La villeggiatura, un film sottile e intelligente quant’altri mai in Italia, dove, fingendo di parlare del fascismo, l’autore dipingeva i sentori di rivolta che fermentavano al tempo del terrorismo.

            5) Per finire, un incontro con Antonio Curà, figura eclettica di sceneggiatore (Nema Problema), regista di cortometraggi e pittore, nativo di Bedonia.

 

Come ogni addetto ai lavori potrà constatare, quello che manca in questa rassegna di troppo onesti e disarmati dibattimenti (e di troppo accatastate glorie minori), è l’intenzione di un giudizio sui film presi in considerazione, per cui il contenuto, quale che sia, dei titoli in concorso parrebbe destinato a galleggiare sulla cresta spumosa di una generosa ma mal congegnata ‘trasversalità’[4]. Manca al dunque quel tipo di incontro che dovrebbe chiarire il perché un film o una rassegna meritino d’essere conosciuti.

            Persino dentro questa piccola vetrina si respira l’aria un poco viziata dall’irreggimentazione troppo burocratica, pedante e celebrativa che è purtroppo caratteristica della vita culturale delle città minori; quel tipo di mentalità che alle rendicontazioni di fatto preferisce la cortina delle cautele altisonanti, la divagazione e il superfluo. Come non ricordare del resto che qui a Parma, or non è molto, abbondavano e dilagavano tesi di laurea su costumisti, bidelli e fin straccivendoli, non importa, basta che avessero tenuto un barroccio in Cinecittà.

 

Infine non facciamoci troppo ingannare dai cordami linguistici del cartellone: dietro la terminologia (l’antropologia, le fonti documentarie, le campagne traguardate e resuscitate in cantari arcaici), pare d’intuire l’atavico zavattinismo, oscillante tra l’osservazione contrita dei cenciosi di campagna e la decantazione di un lirismo agreste che attraversa l’intera storia patria, dall’Arcadia ai Macchiaioli, sino alla più sbracata celebrazione fascista del lavoro nelle campagne[5].

 

       

E senza che sintesi alcuna intervenga a sciogliere l’aporia. La questione parrebbe mal posta, la campagna è forse un cattivo simbolo che suscita nell’animo patrio le risonanze più pedestri. Diciamo che di per sé è locus selvatico e privo di intendimenti: la campagna è; poi diverrà l’aspra natura da piegare per i miserabili, o la selva adorna e mansueta dei signori in villa - a meno di non evocare l’antica radice populista del legame col suolo natio, la scaturigine di campagna e sangue, noia e languore ubriaco e stagnante, che è il più tipico lascito del Ventennio  (e siamo sicuri che, eccezion fatta per le milizie di là dal Po, a questo concetto prestino fede in pochi).

 

Lasciamo quindi la mistica del pascolo al pio bove e ai sampognari intabarrati. Io, a memoria vaccinata, rimando a due film: Berlinguer ti voglio bene e Amarcord.

 

 

            A testimonianza imperitura.

 

m.g.


 

[1] Questi alcuni dei festival minori che nel tempo si sono segnalati per competenza e risultati: il Taormina Film Fest, a lungo diretto da Enrico Ghezzi e segnato da un culto per il purismo visionario che è tipico del ‘guru’ di Fuori orario; il Bergamo Film Meeting, concepito e sorretto dagli ideatori di Cineforum, una delle migliori riviste di critica cinematografica del dopoguerra (la migliore a mio avviso tra gli anni ’70 e ’90 ma che paga oggi pegno alla mancanza di validi rincalzi), molto attento in passato alla riscoperta dei grandi minori del cinema americano e britannico; la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, cartina di tornasole del comunismo allineato e sempre al passo con i dettami culturali del partito (ad esso, e al suo mentore, Lino Miccichè, si deve in buon parte il perpetuarsi, prima, e la caduta, poi, di un culto viscontiano troppo ossequiente alle mode). Spiccano poi nel panorama nazionale ben due festival friulani: il pordenonese Le giornate del cinema muto e il Far East Film di Udine. Il Festival di Pordenone (cui si legava la splendida rivista bilingue “Griffithiana”, edita tra la metà degli anni ’80 e l’inizio del nuovo millennio) si segnala come roccaforte di una solida e proba filologia; incentrato sulla cinematografia dell’Est asiatico è invece quello di Udine, nato sull’onda della massiccia riscoperta del cinema dell’estremo oriente sullo scorcio di fine millennio. Un’ultima menzione va a Bologna, che vanta ben due rassegne minori di rilievo: Il Cinema Ritrovato (legato all’attività di restauro delle pellicole promossa dalla Cineteca cittadina e votato, con massimo scrupolo, alla rivisitazione dello sterminato repertorio del cinema muto) e il Futur Film Festival, incentrato sullo scandaglio del cinema in digitale, dall’animazione per ragazzi di marca internazionale (Pixar, Disney, Dreamworks, Studio Ghibli, il francese Michel Ocelot), passando per la raffinata illustrazione di artisti minori sino a giungere agli autori di cortometraggi.

 

[2] Basterebbe osservare, qui in Parma, l’attività del cinema Astra di allora, sorta di meta-cinéma d’essai, a confronto dell’oggi; anche se il confronto potrebbe sembrare impari - è pur vero che le opportunità del cinema di oggi sono meno abbondanti di quello di ieri - resta il fatto che i conti sul già visto sono ancora da fare e che un’attività di rivisitazioni più continue e non dettate dall’occasione o dalle celebrazioni, sarebbe opportuna per rivedere vecchi giudizî sulle cui velleità non vale qui dilungarsi - ma, oggi come allora, manca la rendicontazione critica; più in soldoni, manca la classe intellettuale in grado di compiere l’opera.

 

[3] Nell’ambito della generazione successiva ai Visconti-Rossellini-Antonioni-Fellini spetta un posto anche al pù giovane, Giuseppe: ma per lui, che ‘non ha vinto l’oscar’, l’attenzione dei concittadini non si è mai spesa quanto si sarebbe dovuto.

La vicenda di Bernardo Bertolucci conferma invece che Nemo profeta in patria; salvo trovarsi, e per il suo film più anonimo e mondano, ben nove oscar in tasca. Ecco allora la città cornuta (“sangue e (s)Pèèèerma”: e aggiungerei, naturalmente, soldi e prosciutti) accogliere il figliol prodigo, dedicandogli ipocrite e tardive rassegne e proiezioni celebrative, quasi dimentica dei veleni trascorsi. Due notabili della cultura universitaria locale si erano spinti ad applaudire alla condanna al rogo dell’Ultimo tango a Parigi, con la speciosa giustificazione che non trattandosi, per quel film, di ‘opera d’arte’, non ne discendeva la incensurabilità che alle opere dell’ingegno dovrebbe essere formalmente assicurata. Scorra l’incredulo le annate della Gazzetta di Parma e vi ritrovi i nomi dei due eroi fattisi scudo della morale offesa.

 

[4] Il termine trasversalità, abusato nel gergo della burocratizzata didattica di stato, vorrebbe rifarsi, annettendole l’aura di uno scientismo borioso, a quel tipo di inclinazione che, per citare alcuni esempî, spingeva Bertolucci o Visconti verso le prode del melodramma musicale, o un Godard e un Debord verso la militanza critica e la conoscenza selezionata della letteratura surrealista; o che ancora spingeva letterati come Debenedetti e Moravia a scrivere di cinema con curiosità e finezza - ma certo l’evocazione terminologica fa un tutt’altro effetto, tale che a colui che la pronuncia parrà di avere l’oro in bocca.

 

[5] Nella sua duplice veste, ben inteso: bello e solare quando a mietere è il duce circondato dai militi fedeli; sporco e rognoso quando vi si immergono le mondine di Riso amaro (1950, di Giuseppe De Sanctis) o i contadini delle paludi pontine che Augusto Genina descrive in Cielo sulla palude (1949), il film sulla vita della beata Maria Goretti che, sia pur girato nel dopoguerra, parteggia in spirito col più cupo pietismo controriformistico cui si ispirò senza soluzione di continuità il ventennio post-concordatario.