Gadda e Ungaretti alla centrale termoelettrica di Cornigliano (1954)
Ingravallo fra i fotoni

Gadda e Ungaretti alla centrale termoelettrica di Cornigliano (1954)
Forse un libro su Gadda si può scrivere solo così: impervio, depistante, abissalmente dislocato in gurgite. «La stupidità – disse Flaubert – consiste nel voler concludere». Problema di partenza: avere a lungo assolutizzato Gadda, facendone una specie di sole dentro un cielo tolemaico. Intanto le mode, presto o tardi, passano; come onde – in francese mica per niente sono “vagues” –, tutte le febbri lentamente vanno a spegnersi (o a perdersi, riassorbite in mare). Nostro Gadda quotidiano, un Gadda per i musei? Gli obblighi di lettura infame, dentro la colonna dei licei e delle facoltà di lettere… Sembra la nemesi, o è una contraddizione in termini: Gadda tendeva al suo fine, ch’è poi – lucidamente – quello di non concludere: lo teorizzò anche ex professo, una volta, nella Meditazione milanese dove un paragrafo recita “impossibile chiusura di un sistema”. Sarà che il mondo leibnizianamente è un continuum; e il povero autore-demiurgo, invece, solo il «bambolotto della credulità tolemaica». Proviamo a osservare la questione anche a rovescio: per Schrödinger, il padre della fisica quantistica, è «il postulato della continuità che entra in crisi nel mondo subatomico». Il mondo è entangled, come dire disperatamente ingarbugliato. Frasca non chiude Gadda fra le imbracature di una ‘dimostrazione’: le equazioni, all’ingegnere, piacevano impossibili. Un libro gaddiano, è altra cosa da una monografia: si entra da qualunque lato, dentro pagine che sdipanano il gomitolo ( … lo gnòmmero!) quanto più vengono perdendo il filo per ritrovarlo. «Non c’è macchina, nel grande meccano del mondo, che non funzioni se non al prezzo di guastarsi»: intanto il motore di Frasca non va mai in folle (leggi: non indulge né fa sconti al risaputo). Il centro dell’indagine è il Pasticciaccio con le sue indagini stralunate, «nel valzer quantico di investigatori, sospetti e comprimari», in cerca di complici molto più che di colpevoli: il primo indiziato (o il più evasivo) sembra davvero il commissario Ingravallo (per dirla con Saba, uno che – in fatto di ambiguità – la sapeva lunga: «i fatti preesistono; noi li scopriamo, vivendoli»). Diciamolo onestamente: non hanno mai reso un buon servizio, a Gadda, i castorini modello ‘invito pettinato alla lettura’. L’ingegnere – sotto sotto – era un tipo elettrico: a che serve, applicare gli sforzi ad azzerargli la carica? Se fosse questione di scolpir formule nel marmo, anche Frasca ne avrebbe da letificare le guarnigioni per i secoli (solo una, per dire, splendida: «il Pasticciaccio è il dramma del collasso per interferenza assurto a regola di conduzione nel mondo degli accoppiamenti»). Il fatto è che non contano tanto le enunciazioni-tesi (quasi precipitato fossile – vedi «i gioielli di casa Menegazzi, e quelli poi macchiati di sangue di casa Balducci» –, esse rimandano alla «palude nella quale tutti si sprofonda, non prima di aver subito una sorta di processo di mineralizzazione»). Molto di più, ad importare sono i cinque sensi: soprattutto l’olfatto («per un bravo scrittore realista, tutto può essere simulazione, menzogna […] eccetto una buona orchestrazione di odori»); soprattutto l’udito. Frasca – mica per nulla – è un amante dei piatti e della consolle. Le monografie rimandano suoni ‘in mono’ (mettiamo afferiscano all’ordine statico della frontalità). Gadda non è monista (né, tantomeno, classico!): meglio sorprenderlo tangenzialmente, suonarlo come un blocco stereofonico (sdraiato sulla grande e franosa deriva del rumore). «In the beginning was the pun», Frasca sa che per la strada di Beckett si può retrocedere fino a Dante: in Gadda l’avidità è sempre un greedo, insomma l’inferno è quasi una veglia dei Finnegan. Semplicemente, nel condominio di via Merulana infuria «una guerra delle onde e delle frequenze»; Gadda è «un etologo» e «una stazione ricevente». Flaubert spleenetico fa rotta su Joyce, tutte le Bovary sprofondano nella canea di un collettaneo stream of consciousness («nutrirsi della bêtise dei propri personaggi, magari fino a creparne e […] parlare al dunque esattamente quella lingua»). Gadda, era brianzolo ma anche greco: certe illuminazioni – o diciamo aforismi – paiono calchi da Parmenide e da Platone. Ponicaso, ancóra nella Meditazione milanese: «la sostanza è la memoria del tempo, la materia è la memoria dello spazio». Ora Frasca vi appone un fascio di luce nuova e sorprendente; l’asserto implica (per esempio) la «determinazione radiogoniometrica delle aree». Virtuosismo, gran giuoco a scratchare vinili… uno strappo felpato ingloba Deleuze-Guattari col loro Anti-Edipo, senza le onde che guastano il mondo – e lo deformano – «non ci sarebbe alcuna storia, e men che meno geografia». Praticamente sembra la notte nel poema di Parmenide (appunto!). «Sull’onda radiofonica dell’orchestra d’inurbati, si percepisce sempre il glugluglu di una forza che vi è compressa e spinge»: per carità, ora non ricominciamo a dire che è barocco. Anche Gadda – come le navate disorientanti del Borromini – obbedisce a una specie di regime binario: due sono i fuochi dell’ellisse, doppio – nel Pasticciaccio – «l’ambo non auspicato del delitto» (ma poi Ingravallo/Pestalozzi, Roma/Marino, la Crocchiapani/Troddu… e via glissando per lungo strascico di scissioni, continuamente di ameba in altra ameba). Non più questione di drammatizzare lo spazio (due fuochi non consentono orientamento), quanto di costringerlo a deflagare in mille schegge: per una legge di entropia prima d’allora ignota. Come fotoni e particelle, anche Ingravallo prende a surfare sull’onda (quella – radiofonata – delle interferenze condominiali); invece Frasca – quando serve – è speleologo: assedia e bracca l’ingegnere sottoterra, fra le «miniere» della sua «fissazione realistica» (l’interessato si vagheggiava ritroso in tal chiave: uno «Zoluzzo di Lombardia»). Se un elettrone si distacca dal nucleo, la secessione è anche colpa del Gaddus: che ha galvanizzato l’atomo con un certo quanto di erotìa (leggi: un problema di investimento ‘libidico’, come dire squisitamente nevrotico). Va bene tirare in mezzo Freud – spiega Frasca –, ma bisogna precisare meglio di quale Sigmund parliamo: a importare sono – per Gadda – le indagini sul traumatismo dei reduci. Gadda-Pirobutirro in guerra col mondo, circonvoluto fra grumi e quanti di eros disturbato («forse lambiccava rabbioso dalla memoria una qualcheduna di quelle sue parole difficili, che nessuno capisce, di cui gli piace d’ingioiellare una sua prosa dura, incollata, che nessuno legge»). Erotìa denegata chiede atto d’amore: a scrittore interrotto, monumento di devozione (leggibile/illeggibile). Lettori disappetenti non guariscono a colpi di castorini. Meglio un furore catacombale, esilarato: «non è che la storia non concluda; come in ogni narrazione complessa, piuttosto transfinisce». Ascoltare i rumori del vico è un gesto comico.
(d.v.)
Gabriele Frasca, Un quanto di erotia. Gadda con Freud e Schrödinger, Edizioni d’If, Napoli 2011.