Il profeta si diverte

 

Cézanne, Maison et ferme du Jas de Bouffan, 1889

 

 

Il destino tutto italiano di alcuni autori d’oltralpe (oltre tutte le Alpi) è quello di divenire classici malgré eux. Nessuno se li legge, tutti ne conoscono nomecognome, un titolo, uno slogan. Nessuno se li fila, tutti li citano col naso all’insù. Nominate in un liceo: “Talete”... Anzi, mi correggo per il lettore up-to-date: nominate in un’aula universitaria, “Talete”. Vi verrà risposto, d’istinto e come un sol uomo: “L’acqua!”. Nominate “Parmenide”. Risposta: “Severino!”. Dite: “Gadamer”: “L’ermeneutica!”. Nominate “Morin”. Silenzio (e questo quasi sarebbe anche bene), poi qualcuno (purtroppo), timidamente: “La complessità”. Nominate: “La valutazione”, e dio vi salvi da cosa vi risponderanno. Usciamo dalle aule, gli studenti non hanno mai colpa anche quando un po’ ce l’hanno, ed entriamo trionfalmente in consiglio di facoltà. Nominate “Elias”. Vi risponderanno: “Taci, dobbiamo bandire un posto di Storiamedievale”. Insistete. “Silenzio! Dopo! Dobbiamo prima chiuderti il corso di laurea e aprire scienze musicologiche del teatro comunicativo parmigiano. Corso FAD in lingua latina!”. Non datevi per vinti. “Insomma”, si alzerà una collega, dalle prime file, “Perdìo, le buone maniere!”. Bene. Questa è la fine che fanno alcuni autori d’oltralpe (di tutte le Alpi), malgré eux.

Cito Elias perchè Maurizio Cecchetti mi ha fatto dono di un minilibro del sociologo, curato da Martino Doni, edito in una delle collane più preziose di Medusa, Le api, dal titolo “L’illusione del quotidiano. Sociologia con le scarpe slacciate”. Corro sugli altri due saggi, da cui emerge un Elias che pur mi piace: suonerà odioso forse a quei disciplinaristi accademici italiani che hanno perpetrato (non subìto) la balcanizzazione del sapere, per governare a bell’agio e non per studiare. Quelli per cui Elias è “le buone maniere”.

Mi fermo solo sull’esperimento sociologico di cui dà conto in “La storia dei lacci delle scarpe” che, scrostato dal morettismo postmoderno dell’immagine che dà di sé in frontespizio, riesce invece a dichiarare una tesi e a farlo con le bollicine. Accade così per caso che un Elias flâneur, trovandosi in un paesino spagnolo, forse già vecchio (direte, ricoglionito) venga raggiunto e avvertito da una bimba andalusa, inviatagli dalla nonna e dal suo gruppo di conversazione sui gradini di casa, del pericolo di avere le scarpe slacciate. Elias scomoda Tonnies e si lancia in una breve riflessione su Gemeinschaft e Gesellschaft. Intuisce l’idea, elabora l’ipotesi, affronta l’esperimento: da allora gira le città di mezza Europa con le scarpe slacciate per testare le reazioni istintive della gente. Risultato: il francese lo ignora, il tedesco lo disprezza o addirittura lo sgrida, l’inglese lo avverte riprendendolo con uno stile da tweed, ombrello e bombetta. Non parla dell’Italia, forse perché qui le scarpe lasche gliele hanno anche rubate.

La conclusione è quella che deve essere: «Il risultato della ricerca in effetti non è ancora definitivo. Si dovrebbe migliorare il metodo. È stato divertente. Ma forse non soddisfa del tutto gli standard della ricerca scientifica».

In questa conclusione c’è una sola frase seria. Indovinate quale.