PAURA ALL'ALBA

L'uomo che verrà (2010), film di Giorgio Diritti, foto di Cosimo Fiore
Vi fu un tempo in cui il nome di Arrigo Benedetti suonava quasi diramazione di Robbe-Grillet. Breve stagione, a cavallo del settanta. Correva la voga dell’École du regard, il cosiddetto nuovo romanzo di impronta fenomenologica; e certe ambiziose campiture del Benedetti maturo – Il passo dei Longobardi (1964), sulla parabola del ventennio nero a Lucca – potevan sembrare fraterne in tutto a un Claude Simon (l’imperturbato aedo della Route des Flandres, ascritto tra i capifila e le punte di lancia del nouveau roman). Epos sottotraccia, o in sordina; e un minuzioso tramestìo descrittivo («realismo esistenziale», provò a designarlo Contini). Benedetti arrivava da una strada sua, e a un diverso ordine di debiti pagava pegno: l’affinità con il coetaneo Simon è risolta tutta nel comune culto di Marcel Proust. Poi certe mode invecchiano prima di altre, e un tempo insolente vi deposita la sua patina. Fra i titoli nobiliari di Benedetti – fuoriclasse del giornalismo, e un uomo libero – vi fu sempre un’allergia verso il potere: era un moralista, in fondo, nell’accezione orgogliosa e fiera che pertiene al vocabolo, altro dal pindarismo formulare dei soloni più o meno improbabili (bacchettoni rimbellettati, o contraffatti Saint-Just a rimborso). “Indignatio facit versum”: con la chiacchiera e la cronaca s’impastava anche Giovenale, non certo in dosi omeopatiche (la tresca dei trimalcioni, a palazzo o a salotto; l’Urbe come palcoscenico di un teatro spudorato). Il rotocalco politico era stato, sùbito nel secondo dopoguerra, la splendida e seminale invenzione benedettiana: “L’Europeo” vomita inchieste e titoloni ad alzo zero, nella Milano ancora fumante sotto le macerie, mentre politica e affari già vengono coagulando la filigrana della nuova Italia (nuova, cioè anche – per larga parte – coattivamente vecchia: gattopardismo autorizzato a Yalta). Gli spazî politici di manovra sono ridotti: si intenda, dentro il dualismo della guerra fredda, per qualsivoglia posizione di terza forza. E l’azionismo – alla prova delle urne – fa bancarotta al primo esame; poi si rialzerà e si rimetterà in cammino, certo, nell’accademia e largamente nell’editoria. Ma quella sarà una storia poco milanese, e per niente romana. Conviene tenersi a mente la parabola di Ferruccio Parri, il comandante partigiano “Maurizio”, ostracizzato dalla doppia linea di fuoco De Gasperi-Togliatti, dileggiato e svillaneggiato nelle bettole del qualunquismo codino (“Fessuccio Parri”). Il giornalismo – confesserà il letterato Benedetti nel suo diario – è questa «lunga distrazione di cui sono prigioniero». A un certo punto gli sfilano di mano la sua creatura milanese (le quote sociali sterzano, con Rizzoli, improvvisamente a destra); e a Roma lui correrà ad inventarsi il primo “Espresso”, nel ’55 (reggendone poi il timone per otto anni). “Europeo” ed “Espresso” fanno il corrispettivo, nel bilancio di una vita, di un perentorio uno-due pugilistico: sono un trofeo discretamente luminoso. Uno scranno ben autorevole, si aggiunga nei fatti; eppure non era il tipo, l’ispido loro fondatore, da piatire il miserrimo soffietto (barattare un incrocio di favori con una targa o lo straccetto di un peana). Non si ebbe il lauro, nemmeno plasticato. Ma uno scrittore scrive per vanità, o per cercare qualche alloggio ai suoi spettri? (Nella modernità il “lauro” non esiste: grazie al cielo). Forse Benedetti sarebbe da rileggere, una volta o l’altra, con qualche disponibilità (rimisurarne una tenuta possibile, senza pregiudizî). Le settecento pagine del Passo dei Longobardi incrociano il tempo dilatato della Recherche con l’afflato poematico di un Bacchelli poco confessabile (ricorretto e cambiato di segno, nella sua complessione troppo rotonda e rubizza, con la persistenza sentimentale di Tozzi sghembo). Altrove sono le tracce della disseminazione pirandellista (Gli occhi, del ’70: spiazzante fino dal titolo). In Benedetti c’è molto di una funzione-Stravinskij: l’istanza del ritorno all’ordine è calcolata e cerebralistica (la sutura delle cicatrici, sempre a vista). Il feticcio di una lingua chiara e distinta insegue i fantasmi dentro la memoria, con la stessa dedizione «monomaniaca» (la definizione è di Nello Ajello) riversata nello sradicare dai suoi giornali le fumisterie degli esorcismi e dei gerghi. La fine dell’elzeviro vale una fuoriuscita da Arcadia: si aprano le acque, ed incominci la Storia. Gli Anni Cinquanta erano l’Arcadia che non vuole tirar le cuoia: scompaginando le abitudini del dormiveglia giornalistico, mescolando gli ingredienti, velocizzando l’urto del coturnato e dello spugnoso, qualcosa (o molto) verrà disegnandosi sull’orizzonte. Interessante è tutto, ogni cosa è illuminata: poniamo sia sempre ed ancora l’immarcescibile Terenzio (“homo sum…”), ma sottratto alla vigilanza dei falconi impagliati. Il mondo accelera, si accalora, si accalca: dal corpo scatolare ai giuochi d’intarsio della fotocronaca, urgono nuovi cuneiformi per agguantarlo. E il romanzo? Sul relitto di una struttura “vecchio Ottocento” (il racconto o affresco naturalista, una specie di giacenza di magazzino), proverà ad arrestare il flusso dei fotogrammi: il concrescere quasi liturgico di una durata. Il tempo è musica, coacervo di armoniche lunari (« … mio padre dal pianissimo passava, con grande soddisfazione, al fortissimo; con la punta d’una scarpa, premeva il pedale, quasi che, la musica, dovesse sgorgare dal basso. Tutti dicevano ch’era un pianista abile, però, la sera, eseguendo le musiche dell’amico, mi pareva che cercasse qualcosa senza riuscirvi»). E, al pari di un Bilenchi, Benedetti è scrittore naturaliter visivo: fosse pur questione di visioni interiorizzate, mentali. Musica-suono, odori, allucinazioni: cangianti scherzi di una dispettosa persistenza retinica. Si torna allo strano caso del suo istant-novel resistenziale: “fare presto” è stato sempre il marchio del buon giornalista (e, da sempre, l’infingarda taccia di tutti i poligrafi). Paura all’alba va a stampa nel novembre del’45: dentro c’è un biennio di guerra civile, traguardato in corpore dalla specola della propria esperienza (renitente alla leva di Salò; imboscato sull’Appennino; tradotto in carcere e poi fuggiasco; di nuovo alla macchia con le bande del partigianato). Il mattinale stilla ancora sangue, le ferite appartengono all’oggi e al presente: eppure la cronaca viene già raggrumandosi nell’articolazione di una durata (senso prospettico di una continuità impalpabile: spaesata confusione, straniamento di malintesi lirici, un esame di coscienza per intermittenze fosche o per metafora). Dal fascismo non si esce con una spallata: non era un incidente, ma un’autobiografia della nazione. E dall’inferno della guerra civile non si viene fuori con un colpo di reni: prima bisogna morire un po’ per giorno, goccia a goccia, stillando terrore dal rosso delle carni. In fondo è come una piccola Odissea – fin dall’ingresso del romanzo, fra i casolari e i castagni dell’alto crinale, in una sospensione della geografia e del tempo storico –: ma il vero problema è che si è persa Itaca (anche sulle cartine, fra le mappe della memoria-coscienza). «Vergogna arrendersi così», prorompe un reduce dell’otto settembre (torna in Garfagnana dal nord come un viandante diseredato, qualcuno gli allunga un cucchiaio di minestra. «Mangiò, e dopo aver bevuto disse: – L’esercito non esiste più, e sembra un sogno»). Benedetti gli manda di sottecchi uno sguardo «infastidito». E pure – dopo qualche pagina –, sputa il rospo: «mi sentivo arido e vuoto, come accade nell’animo dopo una grande eccitazione». Il crollo del mussolinismo segnava l’azzeramento di tutto il passato. L’era fascista coi suoi numeri romani, una farsa di cartongesso, d’accordo; ma per i coetanei trentenni di Benedetti il punto diventava cancellare con uno strappo reciso un’intera storia, personale e collettiva. Benedetti non era figlio di nessuna fenomenologia, semmai di un Longanesi: la strana officina sperimentale che fu, dentro i margini del fascismo-costellazione, il periodico “Omnibus”, alla fine degli anni Trenta. Vergogna arrendersi così… ma arrendersi a chi? Non c’è più un nemico, “noi non sappiamo chi siamo”. Il passaggio a nord-ovest bisognava reinventarselo ex nihilo, e del resto Flaiano – con una bella mossa spiazzante, tra feuilleton coloniale e allegoria sonnambula – l’uomo di Mussolini (o era Pascoli-Crispi?) lo manda a spiaggiarsi nella wilderness del continente nero, come tra i fanghi e le melmose acque di una palude senza via d’uscita. Sogno d’ombre è l’uomo? Per intanto, come sempre, resta Tempo di uccidere (anche Flaiano commerciava col giornalismo, poligrafo di galera, e dovette “fare presto” a cadaveri caldi: Leo Longanesi si era frattanto riciclato, da furbacchione rotto ai molti giri di valzer, e fu ancora lui a commissionargli il romanzo, per scommessa, con l’impegno di sbrigare tutto in tre mesi). Benedetti era venuto su arrabattandosi come un Nicodemo smanioso, sempre con l’occhio a sogguardare l’orizzonte di Francia: da lì certi rèfoli cosmopoliti della Nouvelle Revue Française, bersaglio e nero saracino della cultura in camicianera. Il fascismo non è una parentesi e non è un morbo solo italiano: intacca in profondità lo scheletro dell’Europa. Sugli Appennini la Francia gli si epifanizza in un ex-legionario, il sedicente alsaziano Paul (francese di Corsica, si scoprirà poi, cioè ancora un poco beffardamente italiano: che intarsio di macchie slabbrate è l’Europa!): « … il volto gli s’immiseriva in una luce volgare, come quando raccontava della camera matrimoniale che costava cinquantamila franchi; però, appena tacesse il volto ritrovava una sua finezza, e nei suoi occhi era nuovamente una luce fredda, ironica (sicché dicevo tra me: “Un vero francese”). Non so perché (e veramente è sciocco pretendere simili analogie) pensavo alla prosa francese, forse a Pascal; ma il giorno che incoraggiato da siffatte strambe similitudini letterarie dissi che Proust e Gide sono due grandi scrittori moderni, Paul mi guardò con sorpresa irritata. – Proust, – disse, – un ebreo corrotto e noioso… Gide, un ebreo che ha cambiato il nome –». Eccolo, sempre il residuo secco dell’affaire Dreyfus, lo sporco sotto il tappeto, in parte una storia comune (non comincia con Mussolini ma dentro il Terrore giacobino, in un arco slombato e bislacco da Napoleone fino a Charles Maurras). Eppure è la Francia come mito salvifico, anche: le lumières e il libro. Mentre la milizia fascista lo traduce nel carcere di Reggio, davanti agli occhi di Benedetti scorrono vecchi fotogrammi, forse è il Conte di Montecristo o forse sono Les Miserables: «Certi libri mi parevano compagni più forti che mi stessero a guardare con maliziosa curiosità. Come dicessero: – Sei arrivato al punto. Vediamo fin dove saprai rimanerci fedele –. L’astratto delle parole svaniva». Testimoniare l’astratto, verificare le parole in rebus. Fermarsi all’Ottocento, alla buonanima di Edmond Dantès…? Mancherebbe un pezzo: Rimbaud e il bambino-Novecento (ormai adulto), la simultaneità della melodia e del clangore metallico, il grumo e i cretti della putrefatta materia. Mancherebbe ancora tutto. Benedetti pensava anche a Rimbaud, a Marinetti, a Boine e forse Campana: un’ora d’aria fra chiuse mura di prigione gli si metamòrfosa in visione-incubo alla Van Gogh, è sùbito una ronda dei carcerati («còlti da una specie di nausea, come se ci sentissimo in un sogno», «le pareti nude del cortile ravvivavano l’impressione d’essere fuori dal vero»): violenta sinestesìa muta dei detenuti comuni, lì di fianco, irriflessi e senza gravame, mentre gli «sembrano pattinare». Fenomenologia-curiositas è anche costringere l’orecchio sulle piste degli ultrasuoni: cupo ineffabile sfarinato rumorebianco della natura ridotta al suo stadio animale. Ogni giorno ha la sua pena, ogni mattina ha il suo detenuto da mettere al muro; a chi tocca domani? Edgar Allan Poe, rovesciando la prospettiva dal punto di vista del carnefice, ci aveva imbastito un capolavoro (Il cuore rivelatore). Benedetti: « … ma finalmente il passo parve muoversi, e io mi detti a contare le celle che mancavano prima che arrivasse alla nostra, finché un sorriso mi venne alle labbra: non era un passo ma il lieve fruscio d’un lenzuolo. […] Sentivo penetrare sotto il cappotto il gelo dell’alba, e mi prese il convulso. Cercavo di dominarlo reputandolo irragionevole, senza però tentare di raccogliere calore: sapevo che sarebbe stato inutile. Invano la mente correva a una montagna di grossi panni di lana che coprendomi interrompesse il tremito. Mi distrasse di nuovo un fruscio, non di lenzuoli mi parve ma di passi numerosi; qualcuno s’avvicinava, senza parlare. E quei passi e quell’assenza di parole, li considerai come un segnale. Il convulso impediva ogni pacato ragionamento; ogni considerazione, appena s’affacciava alla mente, soltanto per un attimo appariva consolatrice, mentre subito dopo veniva scartata con dispetto. Dicevo tra me: – Ci vuol altro –. Né era possibile trovare il vigore che altre volte nella solitudine del letto e nella concentrazione del pensiero avevo raggiunto; un vigore che portava a una ferma speranza, e non a quella comune che fa concludere: – Tutto andrà per il meglio – e conforta nella constatazione che al mondo ogni nodo si scioglie miseramente; anzi una speranza diversa: di fatti sublimi, quasi miracolosi. In quei momenti, riudivo le parole di [Alcide] Cervi: – Verrà il tempo che queste mura si romperanno. Invece, quella notte l’animo si smarriva nell’incertezza, e appena trovato un conforto ne ripugnava; come uno che, caduto in acqua senza conoscere il nuoto, afferra ciò che gli capita sotto mano, e subito, nell’orgasmo, senza neanche valutarne la utilità lo rifiuta, e perciò si sente venir meno». Itaca è scomparsa, la notte è nebbia; per intanto era gran cosa tornare da un’apnea, raccontare l’annegamento, testimoniare un inferno (poi la storia ricomincerà, l’inferno sono gli altri).
(d.v.)