UNA STRONCATURA DOVUTA
(Orgasmo populista intorno ad Avatar)

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“La corazzata Cotiomkin (sic)
è una cagata pazzesca!”
(applausi scroscianti)
Fantozzi
Questi sono gli eroi che abbiamo prodotto.
Non hanno alcuna attinenza con la realtà,
come non l’avevano i personaggi immaginari
che da sempre popolano i poster di Hollywood.
La sola differenza è che questi sono estremi.
Li si potrebbe chiamare manifesti estremi
che promettono azione estrema,
violenza e sesso moderato.
John Milius
Allora (Fantozzi (?) dixit): Avatar è una boiata. Mi assumo la piena responsabilità del giudizio e quindi rincaro: Avatar è una minchionata solenne.
Il punto del mio giudizio non è un valore assoluto, ma formulato in rapporto al dispiegamento dei mezzi e dei soldi e alle ambizioni messe in campo.
La vicenda è notissima, anche i sassi ben la conoscono: un cinico ex-marine si infiltra tra le fila di una stirpe di alieni di ancestrale purezza per carpirne i segreti e consentire alle forze armate di farne piazza pulita, per impadronirsi delle ricchezze che sottostanno alla foresta da essi abitata. Ovviamente l’infiltrato (modus Balla coi lupi) tarda poco a integrarsi alla masnada forestale, anzi ben presto ne diviene il ‘duce’ e fin il profeta, tanto che, superati brillantemente gli ostacoli che lo intralciano, guida la tribù ad una riscossa tanto clamorosa quanto improbabile.
Facile leggere tra le righe il rimando alla mitologia del western ecologista, specie alla saga di Un uomo chiamato cavallo che, al principio degli anni ‘70, parve improvvisamente eclissare il cinema di genere, per la gioia degli improvvisati che impugnavano i giudizi di un anti-razzismo di prammatica, scolastico e retorico, sempre incurante di ciò che il film dice davvero (con la forma e il taglio del racconto). Né Avatar va esente dal mito di Pocahontas, del romanzetto amoroso tra un Uno e un’Altra che si incontrano sulle prode di opposte civiltà per scavalcare l’abisso di razza.
Questo per quanto concerne il compendio tematico a cui il macchinone cine-visivo sta aggrappato - con quanto vistoso affanno ora si vedrà.
Ho detto che il giudizio va commisurato al disegno e alle ambizioni del film. Ebbene, si fosse trattato di un western minore, di un fumettone dichiarato e sintetico (uno di quei riempitivi da pomeridiana festiva del primo dopoguerra, che potevano riuscire superbi in mano a taluni straordinari registi di genere); fossimo quindi al cospetto di un film girato nel rispetto delle regole dell’opera minore, non staremmo a discuterne. Il problema è che Avatar si presenta come una poderosa macchina da guerra con l’ambizione di inaugurare nuove ere e quant’altro mai. Se Avatar voleva essere un capolavoro (proprio nel senso di un nuovo capolinea del cinema), beh, siamo proprio fuori strada le mille miglia. Come già nei suoi film precedenti (non ultimo Titanic), Cameron punta tutto sulla perfezione della macchina illusionistica, forzando l’effetto speciale a restituire fin nel dettaglio il luogo evocato. E, a onor del vero, i primi venti minuti del film, sino alle prime scene notturne all’interno della foresta, una certa suggestione non mancano di restituirla. Alla lunga però l’effetto, compiaciuto sino alla nausea degli avvitamenti spericolati e delle riprese vertiginose finisce per travolgere l’esile sostanza del film, sicché quello che sarebbe potuto essere un agile e brillante saggio d’illustrazione tecnologica si tramuta in elenco ridondante di inquadrature gonfie e drogate, di un iperrealismo tedioso. Si capisce che la scommessa di Cameron è tutta in questo surplus tecnologico bruto, il quale, reclamando al dominio del cinema una dose massiccia di ingenuità, pretende da noi qualcosa che non ci appartiene più. Cameron ha forse ancora in mente lo spettatore sprovveduto che assistette alle proiezioni dei Lumière, quello stesso che si narra fuggisse per la paura di essere investito dal treno che bucava lo schermo. Con buona pace di quanti sono venuti dopo (da Ejzenstein a Orson Welles, da Griffith a Peckinpah), e comunque di tutti quei registi che hanno puntato sempre sul superamento del realismo irriflesso e incondito dell’inquadratura vergine (semmai ne è esistita una).

Immagine di Babilonia. Intolerance (1916) di D.W. Griffith
Charles Foster Kane allo specchio.
Quarto potere (Citizen Kane, 1941) di Orson Welles
Resta da dire che anche l’adozione degli stereotipi può essere fatta con stile (specie se gli stampini siano rifiniti con ironia: si pensi a un Howard Hawks ma anche, nella selva dei minori, alla perfezione di un Budd Boetticher, che nei suoi tanti western con Randolph Scott - archetipo degli stereotipi - replica con varianti infinitesime la saga del westerner derelitto e solitario) di cui in Avatar non v’è traccia.

I tre protagonisti di Un dollaro d’onore (Rio Bravo, 1959) di Howard Hawks
Randolph Scott in La valle dei Mohicani (Comanche Station, 1960) di Budd Boetticher
Stentorea la vicenda amorosa, analoga a quella del Titanic nel fiacco sentimentalismo adolescenziale (almeno l’erotismo in questa giungla pullulante e turgida si poteva provare ad evocarlo, no? invece, anche qui, nelle profondità numinose del cosmo, prevale il tipico puritanesimo di un ingegno medio e civilmente ammaestrato tutto americano); demenziale la figura del comandante in capo, i cui modi tranchant paiono una caricatura involontaria e inconsapevole a mezzo tra il Turgidson di George C. Scott ne Il dottor Stranamore e il Kilgore di Robert Duvall in Apocalypse Now.

Il generale 'Buck' Turgidson spalanca le braccia mimando l’apertura alare dei bombardieri americani.
Il dottor Stranamore (Doctor Strangelove, 1964) di Stanley Kubrick
Il tenente colonnello Bill Kilgore descrive l’odore della vittoria.
Apocalypse Now (id. 1979) di Francis-Ford Coppola
Non sorprende allora, popolato com’è di figure scolorite, che il film sia privo d’accensione epica: prova ne sono le battaglie che si riducono ad essere roboanti e agitate ma non accendono passioni. Per chi parteggiare in questo western post-techno, cui mancano i degni sostituti di Custer e Cavallo Pazzo? Come calarsi nei panni degli azzurri lungagnoni mistici, quando sai che il regista (che sia un Avatar anch’egli, posseduto dal dio della tecnocrazia virtuale?) è così compreso dal furor ragionieristico del dosaggio delle inquadrature, della scomposizione dell’immagine in tasselli digitali vieppiù martellanti, da tenere in dispregio i personaggi da lui creati?
Lasciamo quindi ad Avatar, per il tempo che gli tocca (sempre a scadenza), la gloria del primato tecnologico. È il successore, per quel che conta, di Guerre stellari, de Il signore degli anelli e di King Kong.
Ad altri rimpiangere Addio al re o Piccolo grande uomo.
Formidabile l’allegato conclusivo che spicca per originalità: vittoria, vittoria! il bene trionfa, la pace finalmente regna. Qualche dubbio in proposito?
POSTILLA
Le spectacle se présente
comme une énorme positivité
indiscutable et inaccessible.
Il ne dit rien de plus que
«ce qui apparait est bon,
ce qui est bon apparaît».
Guy Debord
Perché nessuno s’azzarda a compilare una degna stroncatura di Avatar?
Quasi un feticcio, il film di Cameron tocca un nervo scoperto: l’abbeveraggio alle fonti della tecnica, inattingibili e inoppugnabili, come risorsa e alibi, da parte della cultura spicciola odierna.
La tecnica sta ad un certo tipo di spettacolo come la moda sta alla mondanità, servendo da passe-partout ad un chiacchiericcio banale modello talk-show o para-politichese. La certezza levigata e impositiva della tecnica sostituisce infatti i dubbi della cultura. La volgarità dell’assunto retorico, che un tempo s’acquattava nell’imbandigione propagandistica del messaggio, ora si mostra come processo stupefacente epidermico, facile a imprimersi: nella cronaca, sono i fantasmi dell’inquietudine urbana, della microcriminalità e dello spaventoso dilagare di stupri non quantificabili; nel cinematografo, si tramutano nell’illusione di potenza, nell’orgasmo di partecipazione in 3d alla suadente attrazione collettiva esercitata dalle immagini. Nessuna certificazione sociologica serve di più a testimoniare dell’inettitudine a concepire una presa di distanza da parte dello spettatore (non almeno, nell’idea che se ne sono fatta le classi dirigenti-possidenti); presa di distanza che equivale alla formulazione di un giudizio e all’affermazione di un’individualità (oggi come ieri - anche se in un grado certamente maggiore ma perfettamente rispondente, tuttavia, al deterioramento del ‘contesto’ - la sicurezza viene dal trovarsi intruppati in grandi riti collettivi).
Avatar è anche il ‘prodotto’ (poiché tale è questo film, un grosso inscatolato di luoghi comuni) di un cineasta che non ha colto la lezione di Guy Debord - ma nemmeno quella di Tarantino o più semplicemente di Quinto potere (Network, 1980, di Sidney Lumet): le fondamenta della cultura occidentale sono andate, non servono da collante ad alcunché; non solo non valgono a cementare una nazione, ma nemmeno un film, e i suoi detriti stanno come repertorio canzonatorio inservibile, delirante e deliziosamente kitsch (vedi il cinema di Tarantino e dei fratelli Coen)
In simili contingenze storiche, la rassicurante promessa di imparzialità della tecnica diviene un corollario burocratico e taumaturgico: la sua vulgata imparziale, in grado di raggiungere vaste platee distanti e anonime, impone alla misura svuotata della ragione (di stato? collettiva?) una razionalità sterilizzata dall’apparenza illusoria e inoppugnabile. In questo modo l’arte, e insieme ad essa la politica, vengono barattate sfacciatamente con la retorica (un esempio patente, per tornare al film di James Cameron, è costituito dall’idea che le troppe guerre in corso si piegheranno alla riscossa di un ecologismo animistico tanto sempliciotto ma suggestivo).
Ma la suggestione prevale e la critica si presta al gioco. Facendo buon viso allo scambio tra la forma degradata dell’idea e la magniloquenza della forma visiva, buona parte di essa (quella delle grandi testate quasi al completo) accetta infatti di sdoganare la formula, forse per paura di contravvenire all’aspettativa suscitata da auspici tanto bonari. Manca quindi il bilancio di come il postulato viene assorbito dalla strumentazione tecnico-linguistica del film, unico severo banco di prova alla forza espressiva del congegno artistico, perché ne verifica la presenza a monte di una elaborazione non vaga o retorica.
Non è forse questa forma spettacolare analoga a quella imperante nella gestione del potere pubblico, il quale si ostina a nascondere dietro una cortina di vistose parate e chiacchiere (imperversanti sulle televisioni a tutte le ore) la banalità della corruzione che si dispiega (in Italia ben più che altrove) con tanta evidenza davanti agli occhi di tutti?
Un’ultima considerazione. La natura emozionale del bene che trionfa in Avatar ha la stessa consistenza naïf che avevano i risarcimenti velleitari dello spiritualismo incarnato dal mito di Pocahontas. Si tratta di una forma mentis che di tempo in tempo riaffiora (anche di recente, in Balla coi lupi [Dance with Wolves, 1990, di Kevin Costner] più che nella riduzione new age operata da Terrence Malick in The New World [id., 2006]) per confortare il bisogno collettivo di ritrovarsi intorno a presunti valori. Solitamente questo rituale si accende quando il logorio di un ordine politico internazionale è ormai divenuto vistoso; e va pur detto che le menzogne e gli intrighi che sottostanno al belligerante pacifismo dell’occidente, sono ormai evidenti a tutti, almeno quanto le loro ricadute. Lo spirito che anima opere come Avatar è quello di una ritrovata concordia, e il film rimanda forse all’auspicio di chiudere (con un esorcismo degno del finale del Il mago di Oz) il cerchio aperto - con uno squillo allora appena percepibile - da Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan, 1998, di Steven Spielberg) il film che sarebbe servito a rinfocolare il vigore nazionalista in coincidenza delle ormai imminenti guerre di fede[1].
L’ultima idea dell’industria dello spettacolo (e di quella del potere, vecchia almeno quanto le processioni sacre e i riti sciamanici), diviene quella di annettere a forza lo spettatore allo specchietto figurativo della pellicola per fargli dimenticare quanto ingenua e bestiale sia l’ideologia che sorregge il film. In questo modo la tecnica del film da strumento diventa fine. La bellezza della giungla di notte di Avatar, disneyana ma di una crudezza priva di incantamento, è allora come il tanghero in giacca e cravatta che arringa dal televisore: sotto il trucco niente.
[1] Il dettaglio non era sfuggito però a Jean-Michel Valantin, esperto sociologo dei sistemi di difesa militari e studioso di piani strategici, che nel suo Hollywood, le Pentagone et Washinghton, Parigi, Èditions Autrement Frontières, 2003, aveva colto a pieno il disegno strategico dell’operazione di Spielberg.